Una volta una signora mi ha detto: "Ma questo Dadaismo, questo Surrealismo non avrà un cattivo effetto sui giovani?" Le ho risposto: "Signora, ho fatto molti quadri in vita mia e sto ancora cercando di fare un quadro alla cui vista certe persone cadono morte, ma non ci sono ancora riuscito." - Man Ray -
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lunedì 27 maggio 2019
Carlo Oliva...
Le grappe
è la grappa italiana proletaria
- forse semplicemente popolare -
fatta con la vinaccia
(al limite un sottoprodotto)
si digerisce male
a volte dà il singhiozzo
e non sopporta il ghiaccio.
il whisky si beve col ghiaccio; il cognac
di solito no, ma si potrebbe, volendo;
addirittura con l'acqua tonica il gin;
il rhum con quasi tutto, ma a berlo restano in pochi.
industrialmente lontane dal vino e dal grano
spiritose acquaviti occidentali
danno alla testa, lasciando lo stomaco in pace
(analisi feuerbachiana
del rapporto tra sfere diverse):
gustate il whisky, bevetelo fin che vi piace,
alto destino vi è dato, lodatene il cielo.
prevale la frutta ad oriente
là tra balcani e danubio, laddove prevale
politicamente (si dice) la classe operaia:
eccellente il barack palinka dell'Ungheria,
profumato e godibile, tanto ghiacciato che no;
in Romania la tzuiga è meglio del rakiul;
ma il capolavoro del genere resta la slivovitza,
meglio della tzuiga perché gli iugoslavi
- è noto - hanno fatto da soli la rivoluzione
non sono stati ad aspettare (da bamba) l'armata rossa:
a volte mi piace pensare che l'eccellenza del barack
di Béla Kun testimoni, della remota esperienza
di quei consigli operai, e forse, magari, perché
no? del tentativo del cinquantasei.
le grappe di frutta in Europa attestano sempre
il tentativo, se non la realizzabilità,
anche dove oggi impera il capitalismo avanzato.
kirsch, pera william, framboise, mirabelle, himbeergeist
conservano intatte le potenzialità di una volta:
siamo stati a un passo dalla rivoluzione in Germania,
la Francia ha avuto la sua Comune, lo stemma
austriaco s'orna tuttora (assurdo) di falce e martello.
in fondo il problema è che tu non puoi bere whisky
se non sei calvinista, con tutte le conseguenze
che già il Max Weber additò a colti e profani;
e cos'è, di grazia, il cognac, se non tentativo
di nobiltà ritrovata, concessa durante l'Impero
a solide borghesie di stampo termidoriano?
ahimè, ché se il rhum ha sentore
acre di colonialismo,
offende il nostro sincero gauchismo
il tradeunionismo del gin, ci allontana
nostro malgrado dal labbro proteso il bicchiere
la lumpentridentinità della grappa.
beviamo, allora compagni, sereni le grappe di frutta,
ovviamente coscienti del fatto che l'ambiguità
della vodka, con cui si fanno perfino i martini,
altro non rappresenta che l'ultima crisi
della credibilità del revisionismo.
Carlo Oliva 1943-2012
lunedì 2 novembre 2015
Carlo Oliva........4 di 4...
All'angolo della via
Li ho rivisti, da allora, solo due volte e sempre di sfuggita. Nel dicembre del '71 o del '72. non saprei dire con precisione, durante una manifestazione particolamente dura, in cui la polizia fece parecchie cariche e fermo' una quantità di persone, mi sembro' di vederli per un momento, all'angolo di una via centrale, a pochi isolati dalla piazza che ci era vietata e che cercavamo di raggiungere nonostante gli sbarramenti. Vestivano sempre di nero, in jeans di velluto e giacconi di cuoio da camionista, e osservavano con una specie di avida indifferenza la violenza di cui erano testimoni. Poi la scena si confuse nel fumo giallastro di una salva di lacrimogeni e dovetti allontanarmi con una certa fretta.
L'altro giorno, in un negozio di articoli genuini e salutari che frequento da un po', mentre il commesso mi spiegava che no, loro non tenevano nè estratto nè compresse di aglio (me ne servo talvolta, per tenere la pressione sotto controllo) ne ho visto passare uno, oltre la porta di quello che suppongo fosse l'ufficio del proprietario. Era distintissimo, in un completo a tre pezzi di un fumo di Londra scurissimo, con una camicia immacolata e una sobria cravatta bordo'. Non guardò dalla mia parte.
Una sola altra volta ho sentito parlare di episodi di vampirismo in città: fu verso la fine di quelli che chiamano gli anni di piombo, quando si disse che sui corpi di due sconosciuti trovati per strada nelle vicinanze di un "covo" in cui s'erano rinvenuti espolsivi e volantini, erano state individuate delle strane ferite, come morsi di denti appuntiti. Di tutta la storia furono accusati, in seguito alla rivelazione di un pentito, i membri di non so quale collettivo autonomo. Negarono tutto, come il povero Pompeo, tanti anni prima, ma il pentito, era caro al magistrato inquirente - non ricordo se fosse il dottor Spataro o chi altri - e al maxi-pro-
cesso bis (o ter) li condannarono tutti a trent'anni. Poi si sono dissociati e credo siano usciti da un pezzo (tranne l'avvocato difensore, che è ancora dentro per partecipazione con funzioni direttive). Ma sull'epi-
sodio non ho informazioni dirette.
E' tutto qua. Ma in fondo, l'idea base dei romanzi ottocenteschi e dei film che ne sono derivati, quella per cui quelle lugubri creature dovrebbero trovarsi a miglior agio in una grande città che nella terra d'origine, abbastanza logica. Non sarebbe la prima volta che la realtà imita la letteratura. E non è detto che qulacuno debba accorgersene: soprattutto se essi avessero imparato, dopo qualche tentativo iniziale, a cercare le proprie vittime nelle pieghe della società urbana, tra gli emarginati o tra coloro che per qualsiasi motivo devono evitare di farsi notare, così che difficilmente si noterà anche la loro scomparsa.
In quasi trent'anni, in fondo, li ho visti solo tre volte, per caso. Qualcun altro può averli incontrati in altre occasioni: forse li ha persino riconosciuti. O forse, chi sa, è stata tutta una mia fantasia. Non credo che la cosa abbia una grande importanza: non via avrei neanche accennato, se non mi fossi reso conto che questa vicenda, nella sua incompiutezza e nella sua inanità. rappresenta la storia stessa della mia vita.
Li ho rivisti, da allora, solo due volte e sempre di sfuggita. Nel dicembre del '71 o del '72. non saprei dire con precisione, durante una manifestazione particolamente dura, in cui la polizia fece parecchie cariche e fermo' una quantità di persone, mi sembro' di vederli per un momento, all'angolo di una via centrale, a pochi isolati dalla piazza che ci era vietata e che cercavamo di raggiungere nonostante gli sbarramenti. Vestivano sempre di nero, in jeans di velluto e giacconi di cuoio da camionista, e osservavano con una specie di avida indifferenza la violenza di cui erano testimoni. Poi la scena si confuse nel fumo giallastro di una salva di lacrimogeni e dovetti allontanarmi con una certa fretta.
L'altro giorno, in un negozio di articoli genuini e salutari che frequento da un po', mentre il commesso mi spiegava che no, loro non tenevano nè estratto nè compresse di aglio (me ne servo talvolta, per tenere la pressione sotto controllo) ne ho visto passare uno, oltre la porta di quello che suppongo fosse l'ufficio del proprietario. Era distintissimo, in un completo a tre pezzi di un fumo di Londra scurissimo, con una camicia immacolata e una sobria cravatta bordo'. Non guardò dalla mia parte.
Una sola altra volta ho sentito parlare di episodi di vampirismo in città: fu verso la fine di quelli che chiamano gli anni di piombo, quando si disse che sui corpi di due sconosciuti trovati per strada nelle vicinanze di un "covo" in cui s'erano rinvenuti espolsivi e volantini, erano state individuate delle strane ferite, come morsi di denti appuntiti. Di tutta la storia furono accusati, in seguito alla rivelazione di un pentito, i membri di non so quale collettivo autonomo. Negarono tutto, come il povero Pompeo, tanti anni prima, ma il pentito, era caro al magistrato inquirente - non ricordo se fosse il dottor Spataro o chi altri - e al maxi-pro-
cesso bis (o ter) li condannarono tutti a trent'anni. Poi si sono dissociati e credo siano usciti da un pezzo (tranne l'avvocato difensore, che è ancora dentro per partecipazione con funzioni direttive). Ma sull'epi-
sodio non ho informazioni dirette.
E' tutto qua. Ma in fondo, l'idea base dei romanzi ottocenteschi e dei film che ne sono derivati, quella per cui quelle lugubri creature dovrebbero trovarsi a miglior agio in una grande città che nella terra d'origine, abbastanza logica. Non sarebbe la prima volta che la realtà imita la letteratura. E non è detto che qulacuno debba accorgersene: soprattutto se essi avessero imparato, dopo qualche tentativo iniziale, a cercare le proprie vittime nelle pieghe della società urbana, tra gli emarginati o tra coloro che per qualsiasi motivo devono evitare di farsi notare, così che difficilmente si noterà anche la loro scomparsa.
In quasi trent'anni, in fondo, li ho visti solo tre volte, per caso. Qualcun altro può averli incontrati in altre occasioni: forse li ha persino riconosciuti. O forse, chi sa, è stata tutta una mia fantasia. Non credo che la cosa abbia una grande importanza: non via avrei neanche accennato, se non mi fossi reso conto che questa vicenda, nella sua incompiutezza e nella sua inanità. rappresenta la storia stessa della mia vita.
sabato 31 ottobre 2015
Carlo Oliva........3 di 4...
All'angolo della via
Capii
tutto, comunque, un paio di sere dopo. Ero ancora in zona, da solo:
verso le undici, il minacciato rientro di certi genitori mi aveva
costretto a lasciare in anticipo una casa in cui avevo sperato di
trattenermi più a lungo. Comunque, era abbastanza tardi perché il
locale di via Frapolli fosse in piena attività e avevo ceduto alla
tentazione di farci una scappata. Tre ore dopo, ero ancora lì. I
canterini erano in gran forma, e in un raro stato d’animo tra il
melanconico e il nazional-popolare. Avevano cantato Porta
Romana
in versione carceraria e La
povera Rosetta e
persino Varda Giulay,
che era, anche allora, un pezzo di repertorio assai raro. A un certo
punto, ridacchiando tra loro, quasi con imbarazzo, avevano intonato,
a un ritmo volutamente troppo lento, una canzone in voga in quegli
anni, Il cielo in una
stanza, esagerandone
gli effetti patetici in una specie di affettuosa caricatura.
Io
sedevo da un lato, e, insieme alla musica, ascoltavo oziosamente le
chiacchiere degli altri avventori. E’ sempre stato un mio difetto:
quando vicino a me è in corso una qualche conversazione, anche a
voce non particolarmente alta, tendo indiscreto l’orecchio. Due o
tre uomini, al banco, parlavano di cani. A quanto mi pareva di
capire, il cane da caccia di uno era sparito dal giardinetto dove
dormiva di solito, e, per combinazione, la moglie di un altro non
riusciva a darsi pace da quando non trovava più una cagnetta cui
teneva molto. Anzi, la signora sapeva di altre sparizioni di cani ai
danni di famiglie del vicinato. Sembrava una specie di epidemia.
Stavo riflettendo sulla stranezza del fenomeno, quando mi resi conto
che anche al tavolino accanto al mio stavano parlando di cani, in
una lingua straniera. Erano i tipi in nero di due giorni prima:
sedevano tranquilli davanti a tre bicchierini pieni a metà di vino
rosso (porto, probabilmente, o qualcosa del genere) e conversavano
fra loro con l’indifferenza di chi sa che difficilmente gli
estranei capiranno qualcosa. Parlavano ungherese, uno strano
ungherese dall’accento esotico, ma pronunciato con tanta esattezza
parola per parola che persino io potevo capirlo senza troppe
difficoltà. In realtà, mi resi conto, li stavo ascoltando
inconsciamente da un po’. Uno, il più autorevole, quello seduto
nell’angolo, aveva detto con voce irritata:” Insomma, tre
tentativi falliti in meno di una settimana. Chi credi d’essere: un
attore del cinema? Non possiamo farci scoprire, lo sai!” E un altro
aveva risposto imbarazzato qualcosa come:” Scusatemi, Signore. Non
ne potevo più di cani…” Era seguito un momento di silenzio. Poi,
il primo aveva risposto in tono riflessivo:” Sì, tutti questi cani
hanno disgustato anche me. Il sangue somiglia, ma …Dovremmo
organizzarci, in qualche modo”, e il terzo a questo punto, aveva
fatto un cenno con la mano, come a invitare gli altri ad abbassare la
voce. Tacquero e si guardarono intorno. Quello nell’angolo mi diede
una lunga occhiata, come chiedendosi se avevo capito qualcosa. Poi
disse che s’era fatto tardi, si alzò, e si diresse con i suoi
compagni alla porta.
Prima
di uscire si voltò un'altra volta verso di me.
Beh,
questo è tutto. Capiì subito che non avrei mai potuto avere
certezza di quanto avevo supposto. Potevano essere tre immigrati stabiliti
nel quartiere chissà da quanto, dal ’56, forse, e la loro
conversazione poteva riferirsi a chissà cosa. Forse erano
semplicemente ladri di cani (se esiste una tale categoria criminale).
Ma quel che è certo è che quella notte non mi avventurai ad uscire
in strada prima dell’alba, che per fortuna – eravamo in giugno e
nessuno parlava ancora di ora legale – non tardò molto.
Allora
capitava molto più spesso di oggi di far tardi, anche in un locale
modesto come quello.
Che
devo dire? Da allora, quel quartiere, che m’era tanto piaciuto, per
me non fu più lo stesso. Poco per volta, smisi di frequentarlo. Gli
amici mi presero in giro per anni, quando presi l’abitudine di
portare una piccola croce d’argento appuntata al bavero della
giacca, nonostante le mie tendenze ideologiche. Poi ci si abituarono,
come a tante altre bizzarie.
...continua...
giovedì 29 ottobre 2015
Carlo Oliva.......2 di 4...
All'angolo della via
Di notte la zona era praticamente deserta. Di ritrovi pubblici, naturalmente, nemmeno si parlava, oltre a qualche bar-latteria, l'unico di cui avessi notizia era appunto in via Frapolli (o, chissà, nei dintorni immediati): era quello che inseguito si sarebbe chiamato un locale, ma allora era soltanto qualcosa d'indistinto tra un bar e un'osteria. Sul tardi, vi ci si faceva musica: un gruppo di clienti fissi cantava i motivi di un repertorio composito, accompagnandosi con le chitarre, un contrabbasso a una corda fatto in casa e due cucchiai per battere il ritmo. Non era un posto famoso come altri in città, ma era sempre piacevole sedersi da un canto e ascoltare quei buontemponi che si cimentavano con gli acuti della Paloma, azzardando la versione corale di una romanza del Tosti e, infine, mettevano a confronto le strane caratteristiche di una ragazza di Villafranca e di una di Bordighera.
Fu appunto in via Frapolli, una sera di quella prima estate, che li vidi per la prima volta. avevo accompagnato a casa una delle mie amiche (era piccola: non sempre otteneva dai familiari la libera uscita oltre le dieci) e andavo verso la fermata della filovia. Faceva abbastanza caldo: dalle molte finestre aperte rimbombavano i suoni di un programma televisivo. Allora, naturalmente, non c'erano reti private e quasi tutti seguivano il primo programma. Le facciate delle case erano una specie di parete sonora, dalla quale fluivano le voci e le note, che si mescolavano in un gioco continuo di echi e ripetizioni. Quella sera davano un varietà musicale, tra i cui ospiti, a quanto pareva, c'era una cantante lirica: la si sentiva per ogni dove cantare l'habanera della Carmen. Il ritmo cadenzato della celebre aria ( l'Amour, l'Amour...), con quei giambi ripetuti in cui l'anapesto si inserisce atteso e insieme improvviso, dava una strana sensazione d'irrealtà. Era come se alla vita di tutti i giorni fosse stata aggiunta bizzarramente una colonna sonora.
Avevo appena svoltato l'angolo della via ( l'Amour est un ) quando sentii alle mie spalle ( fils de Boheme ) un grido strozzato. Mi volsi ( il n'a jamais connu des lois ) e mi affrettai sui miei passi. In fondo, praticamente in piazza Adigrat, alcuni passanti (si tu ne m'aimes ) erano chini su una donna mezzo sdraiata per terra, evidentemente in preda a una forte emozione. Non c'era bisogno ( pas, je t'aime ) che mi unissi a loro e ripresi la via verso il viale. Ma, forse perchè da quelle parti ( si je t'aime ) avevo preso il vezzo di guardarmi in giro con una certa cautela, colsi con la coda dell'occhio ( oh, si, si je t'aime) un movimento all'angolo di via Caronti.
Erano in tre e si muovevano a passo normale, anche se si capiva che poco prima dovevano essersi affrettati. Non troppo alti, tarchiati, vestiti di nero (pantaloni attillati, maglioncini da marinaio a collo alto, un lungo e inconguo impermeabile di nailon ) in contrasto con il pronunciato pallore del loro volto. Si fermarono presso un portone e uno fece il gesto di estrarre la chiave. Prends garde à toi.
Beh, confesso che non capii assolutamente chi fossero. Non me ne preoccupai nemmeno. I giornali parlavano da un po' di un maniaco attivo in zona (Pompeo non era stato ancora arrestato ), ed era logico supporre che la donna che aveva gridato fosse una sua vittima. La tenuta dei tre era un po' lugubre, ma non più di tanto e nessuno di loro rassomigliava minimamente a Christopher Lee. Con il senno di poi, certo, è facile capire che non c'era motivo perchè dovessero somigliargli. Ma i miti iconici, come tutti gli altri, son duri a morire.
A guardare con attenzione, forse, si sarebbe potuto ravvisare nei loro tratti una qualche affinità con quelli di Bela Lugosi, per lo meno un'aristocratica scintilla di albagia magiara, ma, allora, chi fosse Bela Lugosi proprio non lo sapevo. Ci pascevamo tutti, più o meno, dei remake della Hammer, ma non conoscevamo i classici Universal degli anni '30: la televisione non li trasmetteva di certo e i cineclub, cui pure ero assiduo, erano soprattutto prodighi di film cecoslovacchi sulla figura di tormentati dirigenti di fabbrica, che pur di raggiungere gli obiettivi del piano quinquennale proponevano agli operai un sistema di incentivi materiali e finivano sotto processo per aver negato, sia pure in buona fede. l'etica socialista del lavoro. Io ero stato, in vacanza, un paio di volte in Ungheria e una volta in Transilvania: mi ero trovato bene e, in seguito, m'ero persino azzardato a seguire il lettorato d'ungherese all'Università, ma allora non mi passò affatto per la mente di collegare a quei paesi i tre cupi individui.
...continua...
Di notte la zona era praticamente deserta. Di ritrovi pubblici, naturalmente, nemmeno si parlava, oltre a qualche bar-latteria, l'unico di cui avessi notizia era appunto in via Frapolli (o, chissà, nei dintorni immediati): era quello che inseguito si sarebbe chiamato un locale, ma allora era soltanto qualcosa d'indistinto tra un bar e un'osteria. Sul tardi, vi ci si faceva musica: un gruppo di clienti fissi cantava i motivi di un repertorio composito, accompagnandosi con le chitarre, un contrabbasso a una corda fatto in casa e due cucchiai per battere il ritmo. Non era un posto famoso come altri in città, ma era sempre piacevole sedersi da un canto e ascoltare quei buontemponi che si cimentavano con gli acuti della Paloma, azzardando la versione corale di una romanza del Tosti e, infine, mettevano a confronto le strane caratteristiche di una ragazza di Villafranca e di una di Bordighera.
Fu appunto in via Frapolli, una sera di quella prima estate, che li vidi per la prima volta. avevo accompagnato a casa una delle mie amiche (era piccola: non sempre otteneva dai familiari la libera uscita oltre le dieci) e andavo verso la fermata della filovia. Faceva abbastanza caldo: dalle molte finestre aperte rimbombavano i suoni di un programma televisivo. Allora, naturalmente, non c'erano reti private e quasi tutti seguivano il primo programma. Le facciate delle case erano una specie di parete sonora, dalla quale fluivano le voci e le note, che si mescolavano in un gioco continuo di echi e ripetizioni. Quella sera davano un varietà musicale, tra i cui ospiti, a quanto pareva, c'era una cantante lirica: la si sentiva per ogni dove cantare l'habanera della Carmen. Il ritmo cadenzato della celebre aria ( l'Amour, l'Amour...), con quei giambi ripetuti in cui l'anapesto si inserisce atteso e insieme improvviso, dava una strana sensazione d'irrealtà. Era come se alla vita di tutti i giorni fosse stata aggiunta bizzarramente una colonna sonora.
Avevo appena svoltato l'angolo della via ( l'Amour est un ) quando sentii alle mie spalle ( fils de Boheme ) un grido strozzato. Mi volsi ( il n'a jamais connu des lois ) e mi affrettai sui miei passi. In fondo, praticamente in piazza Adigrat, alcuni passanti (si tu ne m'aimes ) erano chini su una donna mezzo sdraiata per terra, evidentemente in preda a una forte emozione. Non c'era bisogno ( pas, je t'aime ) che mi unissi a loro e ripresi la via verso il viale. Ma, forse perchè da quelle parti ( si je t'aime ) avevo preso il vezzo di guardarmi in giro con una certa cautela, colsi con la coda dell'occhio ( oh, si, si je t'aime) un movimento all'angolo di via Caronti.
Erano in tre e si muovevano a passo normale, anche se si capiva che poco prima dovevano essersi affrettati. Non troppo alti, tarchiati, vestiti di nero (pantaloni attillati, maglioncini da marinaio a collo alto, un lungo e inconguo impermeabile di nailon ) in contrasto con il pronunciato pallore del loro volto. Si fermarono presso un portone e uno fece il gesto di estrarre la chiave. Prends garde à toi.
Beh, confesso che non capii assolutamente chi fossero. Non me ne preoccupai nemmeno. I giornali parlavano da un po' di un maniaco attivo in zona (Pompeo non era stato ancora arrestato ), ed era logico supporre che la donna che aveva gridato fosse una sua vittima. La tenuta dei tre era un po' lugubre, ma non più di tanto e nessuno di loro rassomigliava minimamente a Christopher Lee. Con il senno di poi, certo, è facile capire che non c'era motivo perchè dovessero somigliargli. Ma i miti iconici, come tutti gli altri, son duri a morire.
A guardare con attenzione, forse, si sarebbe potuto ravvisare nei loro tratti una qualche affinità con quelli di Bela Lugosi, per lo meno un'aristocratica scintilla di albagia magiara, ma, allora, chi fosse Bela Lugosi proprio non lo sapevo. Ci pascevamo tutti, più o meno, dei remake della Hammer, ma non conoscevamo i classici Universal degli anni '30: la televisione non li trasmetteva di certo e i cineclub, cui pure ero assiduo, erano soprattutto prodighi di film cecoslovacchi sulla figura di tormentati dirigenti di fabbrica, che pur di raggiungere gli obiettivi del piano quinquennale proponevano agli operai un sistema di incentivi materiali e finivano sotto processo per aver negato, sia pure in buona fede. l'etica socialista del lavoro. Io ero stato, in vacanza, un paio di volte in Ungheria e una volta in Transilvania: mi ero trovato bene e, in seguito, m'ero persino azzardato a seguire il lettorato d'ungherese all'Università, ma allora non mi passò affatto per la mente di collegare a quei paesi i tre cupi individui.
...continua...
mercoledì 28 ottobre 2015
Carlo Oliva........1 di 4...
All'angolo della via
La
vicenda dei presunti vampiri di viale Argonne è stata riferita a suo
tempo dalla stampa cittadina, ma in modo,diciamo pure, insoddisfacente.
Era inevitabile: verso la metà degli anni’60, la cronaca era
considerata un genere giornalistico in cui una certa
routine
era, non che ammessa, desiderata, specie nei mesi estivi. La storia
di uno o più sconosciuti che, all’imbrunire, avevano aggredito,
nel corso di poche settimane,due o tre signore che rincasavano sole,
cercando goffamente i morderle sul collo, per dileguarsi alla loro
decisa reazione, era una tipica storia da cronaca estiva, nel senso
che non avrebbe avuto alcuna possibilità di essere pubblicata in un
‘altra stagione. Come tale, infatti, era stata trattata: un po’
di blanda ironia, un minimo di colore, la menzione del successo, di
pochi anni prima, dei film con Christopher Lee e il suggerimento che
protagonisti degli strani episodi fossero degli psicopatici esaltati
dalla visione dei medesimi. Di
fatto, entro il mese la pubblica sicurezza mise le mani, dopo le
opportune indagini, su un balordo locale, tale Pompeo (la stampa non
riferì il cognome), che al titolo di psicopatico aveva ampiamente
diritto, e gli contestò tutte le aggressioni. Lui ammise di
frequentare, a volte, il vicino cinema Susa, e non negò di
apprezzare il genere horror, ma respinse con ostinazione ogni
addebito vampiresco. Non gli cedettero, e lo spedirono senza indugi
al neurodeliri. Ne uscì poche mesi dopo. Poi, a quanto ne so, di lui
si persero le tracce. Vuole
il caso che allora, pur abitando in tutt’altro quartiere,
frequentasse con una certa regolarità la zona di viale Argonne.
Avevo, di fatto, una fidanzata in via Amadeo; anzi, per una
concatenazione d’eventi estranea (o quasi) alla mia volontà, ne
avevo un’altra in via Sismondi, e mi capitava spesso di
accompagnare l’una o l’altra a passeggio sotto i platani del
viale, in un paesaggio urbano piacevolissimo in quelle tarde sere di
giugno. Una
volta mentre ero con l’una, mi capitò persino di imbattermi
nell’altra, che si intratteneva su una panchina con un amico
comune, il che, a rigore, non avrebbe dovuto fare (perlomeno, avrebbe
preferito farlo senza che lo si risapesse, perché l’amico era
legato sentimentalmente a una cugina di lei, con cui entrambe le
ragazze erano in una certa intimità) e la situazione s’era
rivelata imbarazzantissima. Con l’eccezione della mia
accompagnatrice, tutti noi altri tre eravamo stati sorpresi in
qualche modo in fallo, e anche lei era turbata, pensando alla cugina
dell’amica e chiedendosi se fosse o meno il caso di metterla al
corrente dell’infedeltà del partner. Lo avrebbe fatto, in
definitiva, provocando qualche passeggera burrasca sentimentale.
Erano
sciocchezze, ma l’età e la cultura corrente ci rendevano sensibili
a questi problemi. I cantanti di successo ne trattavano in versi e in
musica e anche i romanzieri importanti, pur elaborando situazioni più
osé della nostra, vi erano affezionati. L’episodio, in pratica,
non ebbe seguito, ma valse a rendermi molto cauto e attento ogni
volta che percorrevo, solo o accompagnato, quel tratto di strada.
Ora,
come tutti sanno, per raggiungere viale Argonne da via Sismondi, il
miglior partito da prendere è quello di imboccare via Frapolli e
piegare per via Sighele, a meno che da via Frapolli non si preferisca
sboccare direttamente in largo Porto di classe, da dove, per Piazza
Fusina e via Aselli, si può proseguire comodo mante per via Amadeo.
Erano, allora, vie tranquille e piacevoli, fiancheggiate da edifici
dignitosi e vecchiotti, con pochissimo traffico e una certa polverosa
tranquillità: a me piacevano moltissimo. L’ora migliore,
naturalmente, era quella del tramonto estivo, quando l’occhio si
perdeva da un lato lungo la prospettiva, vagamente parigina, degli
alberi che correvano verso piazzale Susa (ma alle ragazze dicevo che
ricordava un po’ l’ensache di Barcellona: faceva più effetto) e,
dall’altro, si fermava con soddisfazione sulla mole torreggiante
della chiesa dei santi Nereo e Achilleo. I pregi di quell’edificio
neo-romanico non sono un gran che, ma a osservarlo nel giusto stato
d’animo faceva il suo effetto, specie se attorno al torrione
circolare si librava il canonico volo di rondini.
...continua...
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