venerdì 11 novembre 2016

Vitaliano Trevisan...STAGE



Come dargli torto? Di tanto in tanto, vedere un padrone a terra sanguinante è sempre qualcosa di piacevole per un operaio, di vivificante, un tonico per il suo spirito, per così dire. E del resto, almeno per uno della mia estrazione sociale, un padrone è un pò come la moglie di quel cinese che, una volta tornati a casa alla sera, si batte. Anche se non ha fatto niente, lui sa perché......L'odio è insieme troppo e troppo poco. Inutile cercare di spiegare. Forse potrebbe capirmi uno della mia razza (leggi estrazione sociale), ma quelli della mia razza raramente leggono.


Vitaliano Trevisan    da " Works " - Einaudi ed.

venerdì 4 novembre 2016

Morire per la patria...


4 NOVEMBRE  1916 - 2016


Nella prima metà del secolo scorso le nostre piazze e le nostre chiese, i nostri municipi si sono ammantati di lapidi che “celebravano” il sacrificio dei nostri combattenti, caduti per la Patria. Nello stesso tempo quelle lapidi chiudevano la bocca a ogni dissenso che potesse mettere in discussione i meccanismi della politica e del potere che quelle morti avevano prodotto. Morire per la Patria era un evento sacro e generoso: solo con quella trasfigurazione ideologica della morte si poteva rendere accettabile alla coscienza il peso insostenibile del dolore che aveva devastato la vita di quasi tutte le famiglie italiane (la grande guerra aveva prodotto circa 750.000 morti, il doppio dei caduti della II guerra mondiale).




Illustrazione di Thierry Dedieu 

martedì 1 novembre 2016

David Cronenberg...




 ...alcune delle farfalle appartenenti alla tribù Nymphalini, per esempio - Ammiraglio, Virgola, Egea, Vanessa - hanno tutte l'abitudine di posartisi in testa quando cerchi di catturarle, e se ti muovi di scatto volano via ma solo per volteggiare un po' e posarsi di nuovo sulla tua testa; comportamento che non riscontreresti mai in una Monarca o in una Tigre coda di rondine... 

sabato 22 ottobre 2016

Gianmaria Testa...




Eppure lo sapevamo anche noi
l'odore delle stive
l'amaro del partire
lo sapevamo anche noi
e una lingua da disimparare
e un altra da imparare in fretta
prima della bicicletta
lo sapevamo anche noi
e la nebbia di fiato alle vetrine
e il tiepido del pane
e l'onta di un rifiuto
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto

E sapevamo la pazienza
di chi non si può fermare
e la santa carità
del santo regalare
lo sapevamo anche noi
il colore dell'offesa
e un abitare magro, magro
che non diventa casa
e la nebbia di fiato alle vetrine
e il tiepido del pane
e l'onta del rifiuto
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto


Gianmaria Testa  1958 - 2016
dal disco " Da questa parte del mare "

martedì 18 ottobre 2016

GAHAN WILSON...


                                                                                             



"...is pleased to announce a complete and devastating victory over
the enemy. This is a recorded message. The Government is pleased..."


venerdì 14 ottobre 2016

Augusto Monterroso...


Quando il fiume è lento e si può contare su una buona bicicletta
o su un cavallo sì che è possibile fare il bagno due volte
 (e anche tre, a seconda dei bisogni igienici di ognuno)
nello stesso fiume.

lunedì 10 ottobre 2016

giovedì 6 ottobre 2016

Martin Caparros...La fame...Appendice


  
  "Quando do da mangiare alla gente mi chiamano santo.
Quando chiedo perché non hanno da mangiare mi chiamano
comunista", scrisse, ormai mezzo secolo fa, il vescovo brasiliano
Helder Camara. 

domenica 2 ottobre 2016

Arthur Rimbaud...



Feste della fame

            Anna, Anna, fame mia,
            sul tuo ciuco fuggi via.

L'acquolina l'ho soltanto
per le pietre e l'arenaria.
Din! Din! Din! Mangiamo tanto,
roccia, ferro, carbone, aria.

Dei suoni brucate il fieno.
                  Fami, ballate!
Dei convolvoli il veleno
                   lieto succhiate;

Mangiate sassi dal povero infranti,
vecchie pietre in luoghi santi,
ghiaie, figlie dei diluvi,
pani sparsi in grigi spluvi!

Fami, o stracci d'aria nera;
                 bluità sonora;
-È lo stomaco che spera.
                 È la malora.

Già la foglia in terra vola!
Vado ai frutti in polpa molle.
Colgo al cuore delle zolle
l'erba-fu e l'erba viola.

                  Anna, Anna, fame mia!
                  sul tuo ciuco fuggi via.


Arthur Rimbaud     1854-1891

traduzione di Gian Piero Bona

martedì 27 settembre 2016

Martin Caparros...La fame...4 di 4

 
Adesso, diseguaglianza.

     Viviamo sottoposti all'impero delle cifre: mai come ora i numeri hanno avuto tanto peso nella nostra visione del mondo. Tutto sembra misurabile; istituzioni, governi, università, aziende spendono fortune nel computare le variabili più recondite e le più visibili: popolazioni, malattie, produzioni, mercati, bacini di utenza, geografie, miserie, prospettive. Tutto ha un numero. E' difficile, è nuovo: gli Stati e i loro capi  da secoli cercano di censire tutto quello possono;  da poco hanno gli strumenti per farlo a loro piacimento. E lo fanno: per sapere come siamo, bisogna misurare; per sapere cosa serve e cosa non serve, bisogna misurare; per sapere cosa fare, misurare; per sapere se quanto fatto andava bene o male, misurare misurare misurare. Il mondo non è mai stato così tanto misurato, cauto. Per secoli, una persona, una persona attenta poteva notare che i bambini indiani erano molto magri e che mangiavano molto poco; ora può leggere nei rapporti più dettagliati che il 47,2 per cento  è sottopeso - e supporre di aver capito quanto succedeva.
       L'apparenza della misurabilità fa sì che crediamo di avere tutti i dati necessari. I numeri dànno un'apparenza di solidità  a qualsiasi iniziativa, a qualsiasi politica, a qualsiasi affare, a qualsiasi protesta. Ma sono, innanzitutto, un'eredità distorta, il riflesso di quell'universo dove ciò che è decisivo è se l'azienda ha guadagnato 34 480 415 o 34 480 475. Un adattamento dello sguardo a questo sguardo. I numeri sono la lingua con la quale pensiamo di capirci - pretendiamo di capirci, cerchiamo di capirci. I numeri sono la forma contemporanea di conoscere il mondo: approssimativa, inesatta, superba. Anche questo libro è pieno di numeri -  me ne vergogno un pochino, come mi vergogno a pronunciare la ci e la zeta con il mio accento argentino quando sono in Spagna: parlare una lingua che non è del tutto mia per credere che mi sto accertando di farmi capire.

      La diseguaglianza si definisce con i numeri.


Martin Caparros...
La fame...
Einaudi editore...
...4 di 4



venerdì 23 settembre 2016

Haiku d'autunno......



    Haiku d'autunno      

Autunno denso di nubi
  sul viso vecchio.
    Arriva mia madre.


Salendo e scendendo,
la Via Lattea
   pettina la pianura.


Sugita Hisajo
1890 - 1946

    Haiku d'autunno      

lunedì 19 settembre 2016

Martin Caparros...La fame...3 di 4


Leggo testi di biologia e, come sempre, corro il rischio di diventare mistico: non è inverosimile che tanta complessità, una tale perfezione servano a generare vite così incomplete, così banali? Alle infinite e sofisticate reazioni che avvengono in milioni di cellule e si coordinano affinché un uomo apra la bocca non dovrebbero corrispondere manicaretti squisiti che entrano tra quelle labbra? La raffinatezza che permette a un timpano di percepire vibrazioni dell'aria e trasmetterle agli ossicini dell'orecchio medio  per farle arrivare alle cellule ciliate della coclea che le trasformano in elettricità affinché i nervi le portino al cervello che le ricomporrà per informarci non meriterebbe che le parole ascoltate fossero sempre musica? Il grado di evoluzione del meccanismi naturali - qui la mistica - non dovrebbe portarci a confidare in un grado simile di evoluzione sociale? O, detto in modo meno lirico: ha senso che organismi così complessi facciano vite così di merda? A meno che non ci troviamo nella fase trilobite della storia. Di sicuro la trilobite si credeva una gran cosa: era - in un modo irrazionale che non sempre capiamo - molto soddisfatta di se stessa.
Il mondo è un'assurdità, la vita: la passiamo mangiando, scopando, consumando, facendo passare il tempo per passare il tempo. Ma comunque la differenza tra una strada di una qualunque città e un bosco o un campo è così straordinaria che non posso credere che non l'abbiamo fatto per qualcosa. Abbiamo inventato troppo per non aspirare a qualcosa di più: un senso, una bellezza intrinseca, una certa perfezione (?) che finisca per giustificare tanti sforzi.
   Anche se abbiamo motivi di soddisfazione:
   per noi, abitanti - più o meno - ricchi dei paesi - più o meno - ricchi, la vita non è mai stata così bella. Per quanto si forzi il vecchio mito dell'età dell'oro, è chiaro che le nostre vite sono molto meglio di quelle dei nostri trisavoli. Ci sono parametri lampanti: il fatto che viviamo, in media, 30 anni in più - 30 anni in più - di un secolo fa è una prova indiscutibile. Tante malattie che ci uccidevano adesso non ci uccidono più. Tanti luoghi che ci erano inaccessibili, tante cose che non conoscevamo, ormai sono alla nostra portata. Non c'è più fame per carenza; solo per ingordigia.
    Lo è anche, per la specie, essere riusciti a diventare 7 miliardi di individui. Di solito la si considera una cosa terribile: la summa di tutti i pericoli.
   (Ma coloro che la criticano partono dal presupposto più che ottimista che se ci fossero meno persone, loro sarebbero tra quelli che ci sono, non tra quelli che non ci sono. Certezze: per coloro che non ci sarebbero se non fossimo così tanti, è molto meglio che lo siamo. A meno che si discuta se essere sia peggio che non essere e si tratta di questioni sempre assai interessanti). In termini di specie: il fatto che ci siano più individui e vivano più a lungo è un indubbio segno di miglioramento. Se ce ne erano sempre stati di meno non era per uno sfrenato gusto bucolico che preferiva non sovraccaricare gli scenari naturali; era perché quando cominciavano a essercene di più morivano di epidemie, di fame - o per le guerre che la lotta per le risorse provocava.
     Adesso un po' meno - ed è un chiaro segno di progresso.


Martin Caparros...
La fame...
Einaudi editore...
...3 di 4



mercoledì 14 settembre 2016

Martin Caparros...La fame...2 di 4


Il trucco consiste nel presentare la malattia come il rimedio.

(E' una posizione che sta riscuotendo grande successo - e molti ne approfittano. Nel 1985, l'Etiopia subì una delle ultime carestie moderne - la cui causa fu, ancora una volta, perfettamente politica. Il suo presidente Mengistu Haile Mariam, pensava che la siccità a nord del Paese gli sarebbe stata utile per indebolire i ribelli che combattevano nella zona; inoltre, le informazioni sulla fame dei suoi sudditi avrebbero danneggiato la sua immagine. E così non disse niente - e rifiutò gli aiuti che gli offrivano ONG e altre organizzazioni, dicendo che non erano necessari. Quando non ebbe più altra scelta che ammettere quello che stava succedendo, erano già morte un milione di persone. Ci furono campagne, festival, collette per l'Etiopia. Un nuovo personaggio incarnò quelle campagne: con Bob Geldof, Bono e il Live Aid, il rockettaro consapevole fu un'invenzione di quel periodo. La versione attuale dell'intellettuale voltairiano: un uomo che approfitta della fama ottenuta grazie a un'attività culturale per chiedere aiuto per alcuni sfortunati. E, in questo caso: un uomo che non si  propone di cambiare il sistema globale ma di sfruttare il suo accesso a quello stesso sistema, un uomo che frequenta i potenti
gentili di questo mondo per promuovere la sua causa - perché la sua causa non mette in questione quei poteri. E una delle manifestazioni più visibili di questa coscienza globale che si preoccupa per un po' di tempo di un problema che, per quel po' di tempo, gli sembra intollerabile - ma non mette in dubbio il resto della sua vita. E riesce a fare in modo che parlare della fame sia parlare della fame. E' quello che fanno Bill Gates, Warren Buffett, il WFP e tanti altri rappresentanti del business: inorridire di fronte a qualcosa di troppo brutale, troppo chiassoso - e che, d'altronde, potrebbe essere pericoloso, provocare reazioni. Allora garantiscono che chi non ha niente abbia da mangiare - e non rompa.
Di cosa parliamo quando parliamo di fame?)

    C'è una posizione che Oscar Wilde ha sintetizzato con la consueta arguzia nell'Anima dell'uomo sotto il socialismo, 1891:

    Sono circondati da una spaventosa miseria, da uno spaventoso squallore, da una fame spaventosa. E' inevitabile che debbano sentirsi profondamente scossi da tutto ciò. Le emozioni umane funzionano
in modo più rapido dell'intelligenza umana. Ed è molto più facile provare solidarietà con chi soffre che provare solidarietà con un'idea. Così, con intenzioni lodevoli benché sbagliate, gli uomini si fanno carico con grande serietà e sentimentalismo di rimediare ai mali che vedono. Però i loro rimedi non curano la malattia: la prolungano soltanto. Anzi: quei rimedi sono parte della malattia stessa.
    Per esempio, cercano di risolvere il problema della povertà aiutando i poveri a vivere. O, nel caso di certe scuole all'avanguardia, offrendo loro distrazione.
    Però questa non è una soluzione: è un aggravio della difficoltà. Lo scopo autentico, invece, deve essere quello d cercare di ricostruire la società su basi che rendano impossibile la povertà. E le virtù altruistiche hanno ostacolato il raggiungimento di questo scopo. Proprio come i peggiori schiavisti erano coloro che trattavano con gentilezza i loro schiavi, impedendo che gli orrori del sistema fossero percepiti da chi ne era vittima e compresi da chi ne era semplice spettatore, allo stesso modo, nell'Inghilterra di oggi, le persone che arrecano maggior danno sono quelle che tentano di fare del bene.

Martin Caparros...
La fame...
Einaudi editore...
...2 di 4

sabato 10 settembre 2016

Martin Caparros...La fame...1 di 4


     Spendere nel lusso e nella sicurezza del lusso e nei consumi del lusso  rappresenta il capitalismo in tutto il suo splendore. O, a volte, il capitalismo in tutta la sua stupidità: gli Stati Uniti destinarono, nel 2012, 170 miliardi di dollari al "marketing diretto", ovvero: lettere di carta o di byte per cercare di vendere qualcosa. I loro esperti dicono che il tre per cento delle  lettere fisiche e lo 0,1 per cento di quelle digitali hanno portato a qualche acquisto. "Vale a dire che 164 miliardi di dollari sono serviti soltanto a disturbare le persone, tappezzare i pavimenti e intasare il filtro delle spam", commenta un altro articolo dell' "Econimist"; omettendo la sua utilità più evidente: dare lavoro inutile a migliaia di persone, riprodurre se stesso, arricchire pochi padroni.
   
     (Ci sono motivazioni a cui è difficile ribattere. Per esempio: nel mondo ci sono circa 800 milioni di cani e gatti domestici. Solo i nordamericani spendono ogni anno 30 miliardi di dollari per dare loro da mangiare. Dunque, come si fa a dire che hanno torto quelli che dicono che bisognerebbe proibire gli animali domestici fintanto che ci sono persone che non hanno da mangiare? Come è possibile giustificare il fatto che un cane mangi quello che non mangiano delle persone? Tra ragione e ragione a volte ci sono abissi).

    Warren Buffett, il quarto uomo più ricco del mondo, nel 2011 disse che nel suo paese c'era una lotta di classe:
     La lotta di classe esiste da vent'anni e la mia classe l'ha vinta. Siamo gli unici ad aver ricevuto riduzioni fiscali drammatiche. Nel 1992 i 400 cittadini statunitensi con il reddito più alto guadagnavano una media di 40 milioni di dollari l'anno. L'anno scorso il reddito medio di quei 400 più abbienti è stato di 227 milioni, cinque volte  di più. Durante questo periodo. le tasse di questi ultraricchi sono diminuite dal 29 al 21 per cento. Con queste tasse la mia classe ha vinto la guerra: è stata una carneficina.

    (Che il capitalismo è come gli aerei: se si ferma cade, deve continuare la sua interminabile fuga in avanti - e fa finta di non potere atterrare. Che il vero miracolo dell'aereo non è volare: è trasformare il movimento più veloce che sappiamo raggiungere in apparenza di immobilità, di quiete tra le nuvole, una quiete che rende ancora più inesplicabile e inverosimile che continuiamo a rimanere sospesi per aria. Il vero miracolo del capitalismo è trasformare l'immobilità per eccellenza nell'apparenza di un movimento furibondo).

Martin Caparros...
La fame...
Einaudi editore...
...1 di 4

lunedì 5 settembre 2016

George Orwell...Omaggio alla Catalogna

                                                                                
George Orwell   " Omaggio alla Catalogna "

Immagino di non essere stato capace di esprimere che molto parzialmente ciò che quei mesi di Spagna significano per me. Ho registrato alcuni degli avvenimenti esterni, ma non posso registrare i sentimenti che essi m'hanno lasciato. E' tutto frammisto, confuso con scene, odori, rumori che non è possibile rendere con la penna: l'odore delle trincee, le aurore di montagne sfumanti via a distanze incommensurabili, il secco crepitar dei proiettili, il rombo e il lampo delle bombe; la luce limpida e fredda delle mattine di Barcellona, e i passi pesanti nel cortile della caserma, in dicembre, quando la gente ancora credeva nella rivoluzione;e le file davanti alle botteghe, e le bandiere rosse e nere e i volti dei miliziani spagnoli; soprattutto i volti dei miliziani, uomini che ho conosciuto al fronte e sono ora dispersi Dio sa dove, chi ucciso in combattimento, chi mutilato, chi in carcere, molti, spero, ancora sani e salvi. Buona fortuna a tutti loro; spero che vincano la loro guerra e mandino via di Spagna tutti gli stranieri, tedeschi, russi e italiani insieme. Questa guerra, nella quale ho contato così poco, mi ha lasciato ricordi in gran parte dolorosi, e tuttavia non vorrei non avervi partecipato. Quando s'abbia avuto uno scorcio d'un simile disastro - e,comunque finisca, la guerra di Spagna si rivelerà uno spaventevole disastro, indipendentemente dai massacri e dalle sofferenze fisiche - il risultato non è necessariamente disillusione e cinismo. Fatto curioso, tutta l'esperienza spagnola non ha diminuito per nulla la mia fiducia nella dignità e nella bontà degli esseri umani. E m'auguro che il racconto fattone non sia troppo ingannevole. Ritengo che su avvenimenti come questi nessuno sia o possa essere completamente veritiero. E' difficile essere certi di qualcosa, se non di quello che si è coi propri occhi, e consciamente o inconsciamente, ognuno scrive con una certa partigianeria. Qualora non l'avessi detto più sopra, lo dirò ora: attenzione  alla mia partigianeria, ai miei errori di fatto e alla distorsione inevitabilmente causata dal mio aver visto solo un angolo degli avvenimenti. E attenzione alle stesse identiche cose nel leggere qualsiasi altro libro su questo periodo della guerra di Spagna.

Pubblicato nel 1938

                     Guerra di Spagna - 80 anni                    

martedì 30 agosto 2016

giovedì 18 agosto 2016

Confini europei che xxxx ci sono xxxx...


Confini europei che ci sono ancora...



Confine Francia - Italia...

 Fotografia  di JOSEF SCHULZ

sabato 13 agosto 2016

Zingari di merda...Giovanni Giovannetti...Appendice 2



Nel ventre di un girone dantesco

Listeava è un villaggio di frontiera verso il Danubio,
l'antico confine d'acqua tra la Valacchia e l'impero ottomano.
Qui, dentro buche schifose ricoperte alla meglio con la paglia,
non sotterrano solo i morti ma anche i vivi. Per gli zingari di
Listeava, che abitano sottoterra, quelle sono "case", la punta estrema
dell'estrema povertà nella quale versano ombre di uomini,
donne e bambini male in arnese, sotto la neve di un gelido inverno.
Una miseria tremenda, una povertà che annichilisce, senza vie di fuga
né biglietti di sola andata per l'Ovest.
Ai nuovi miserabili non è concesso nemmeno il riciclaggio dei rifiuti
visto a Slatina o tra i cartoneros boliviani di Buenos Aires,
o la lavorazione degli scarti di ferro rame e alluminio cercati
nelle pattumiere delle fabbriche.
Non sono caldarari (pentolari), costorari (zingari di origine turca
che fabbricano coltelli e commercio in cavalli), 
laieti (ramai), ursari (venditori ambulanti), tismanari o lautari (musicisti),
gabori (lattonieri ), fierari (maniscalchi ), aurari e argentari (orefici), o
poveri rudari, che lavorano il legno; sono solo miserabili che hanno
fieramente attraversato il Novecento senza entrare in nessuna categoria
economica politica o sociale.
Un mistero abitato da un primitivo senso di appartenenza.


Antonio Moresco...
Zingari di merda...
Fotografia di Giovanni Giovannetti...
edizioni Effigie...


mercoledì 10 agosto 2016

10 Agosto 1916...Oggi...cento anni fa

10 agosto 1916
10 agosto 2016

E’ cominciata l’offensiva italiana sull’Isonzo. Gorizia è italiana! Notizie splendide, elettrizzanti; ne sono stato felicissimo. Eppure non so levarmi da questo stordimento fisico e morale che mi opprime…Ho sparato senza fine. Stanchi ma esultanti i soldati non si fermano. Si grida loro che vi possono essere insidie sul terreno. Non sentono nulla. E’ una gioia. Non più un colpo d’artiglieria austriaca. Scappano. E via, via, avanti.

da una lettera del tenente mitragliere Orlando Orlandi

O Gorizia tu sei maledetta per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza ma per tanti ritorno non fu”

La sesta battaglia dell’Isonzo si svolse dal 4 al 16 agosto, la presa di Gorizia costo 26.000 morti.





Karl Blossfeldt

      Oggi...cento anni fa      

lunedì 8 agosto 2016

Zingari di merda...Appendice 1



Chandra Livia Candiani è una poetessa che tiene seminari di poesia nelle scuole elementari della periferia di Milano. I due bambini rom, autori di queste poesie, non frequentano più questa scuola, il campo è stato sgomberato e i suoi abitanti mandati ancor oltre le periferie.




Marius nove anni

Il silensio

Paura volio giocare ma o paura,
volio dire qualcosa ma o paura,
volio cantare ma o paura,
tuti mi prendono in giro e o paura,
o paura di tuto e sono da solo.
Silensio.

Il silensio mi pasava tra le vene
sembra infinito il silensio.


Anonimo dieci anni

La poesia
è una clandestina
che gira di nascosto
per il mondo.

Sei tu maestra
con lo zaino con le campane
le conchiglie e le piume
che se ti fermano i vigili
cosa diranno.

tratte da " Ma dove sono le parole? " Effigie edizioni

martedì 2 agosto 2016

Benjamin Péret...



Epitaffio per un monumento ai caduti


Il generale ci ha detto
il dito nel buco del culo
Il nemico
è di là Avanti
Era per la patria
Noi siamo partiti
il dito nel buco del culo
La patria l'abbiamo incontrata
il dito nel buco del culo
Morite o
salvatemi
il dito nel buco del culo
Abbiamo incontrato il kaiser
il dito nel buco del culo
Hindenburg Reischoffen Bismarck
il dito nel buco del culo
il granduca X Abdul-Amid Sarajevo
il dito nel buco del culo
mani tagliate
il dito nel buco del culo
Ci hanno spezzato le tibie
il dito nel buco del culo
divorato lo stomaco
il dito nel buco del culo
bucato i coglioni con i fiammiferi
il dito nel buco del culo
e poi dolcemente
siamo crepati
il dito nel buco del culo
Pregate per noi
il dito nel buco del culo

mercoledì 27 luglio 2016

sabato 23 luglio 2016

Antonio Moresco...Zingari di merda...



Gli uomini non stanno mai fermi. Vanno avanti, ritornano indietro, vanno ancora avanti, ogni giorno un metro in più, mille chilometri in più, a piedi, a cavalcioni degli animali, sulle macchine scalcagnate che corrono in piena notte sulle autostrade, sopra l'orizzonte curvato, dentro la nube gastrica dell'atmosfera, lungo i cerchi di questo piccolo pianeta rotante illuminato di tanto in tanto dalla stella del Sole.

Antonio Moresco...
Zingari di merda...
Giovanni Giovannetti...
edizioni Effigie...3 di 3

martedì 19 luglio 2016

Antonio Moresco.......Zingari di merda...



Tutto è mosso. Se si va vicino, molto vicino a tutta questa disperazione e a questa ferita, si vede che è tutto mosso, che ci sono le oscurità e le luci, le persone diverse ciascuna chiusa nel proprio involucro di carne, le singole vite, che persino sui bordi di questa piaga tutto si divincola e brulica, come i microrganismi e le cellule che combattono alla cieca per la propria esistenza e salvezza fin dentro il cuore della materia infettata. Niente è fermo. Nell'indistinto ogni cosa si muove. C'è qualcosa, da una parte e da un altra, dalla parte degli zingari e da quella degli altri e persino dei nemici degli zingari, che non sta mai fermo, si muove. Non bisogna nascondersi una parte della verità per far andare a posto le cose. L'Europa di questi anni è percorsa e attraversata da queste migrazioni e da queste tragedie, che molti fingono di non vedere per non trarne le conseguenze, per poter continuare a gestire il segmento breve e cieco dell'economia e della politica. E' così nel cosiddetto mercato del lavoro, quello legale e quello illegale, quello illegale legalizzato dagli stati e dai gruppi economici e quello dell'economia criminale globale che sorregge le economie emerse, con i continui scontri tra gruppi economici mascherati dietro strumentali discorsi e principi di facciata, il libero mercato, la libera circolazione di uomini e merci, che ognuno intende a modo suo e secondo il proprio comodo e la propria convenienza, la nuova rappresentazione del mondo che copre una dinamica e una realtà ben diverse, il razzismo alimentato e pilotato, i provvedimenti xenofobi per tenere alte le rendite politiche ed elettorali dei professionisti di questa sola professionalità di tirar fuori il peggio dalle persone pescando nel torbido, della sicura e redditizia scuola della cattiveria e dell'inimicizia tra i gruppi umani. L'Europa, i suoi aggregati umani che hanno raggiunto dopo due devastanti guerre mondiali un certo benessere economico si sono inventati la favola che si può fermare il tempo e quella cosa che abbiamo chiamato storia, che si possono mettere i paletti attorno al proprio cortile in modo che non passi più nessuno, che i miserabili si possono tenere fuori all'infinito o si possono rendere utili alle moderne economie orizzontali scatenate attirandoli come una massa di nuovi schiavi con bassi salari resi possibili dagli squilibri economici e monetari. Ma guai se si rendono troppo visibili in casa nostra, se ci impongono di nuovo la vista delle loro eterne facce da poveri, se dobbiamo sentire di nuovo il loro fetore. Eppure l'Europa non è niente se non è anche questa forza e questa disperazione.


Antonio Moresco...
Zingari di merda...
Giovanni Giovannetti...
edizioni Effigie...2 di 3












venerdì 15 luglio 2016

Antonio Moresco.......Zingari di merda...

... pendolare tra la Romania e l'Italia, arrivato anche lui fin qui attraverso il tunnel spaziotemporale che ha portato gli zingari dall'antica  India attraverso l'Armenia, la Persia, l'Impero Bizantino, fino al cuore di questa nuova Europa cosiddetta globale dove vive, come gran parte del suo popolo, senza mai farsi assimilare completamente, gestendo un'economia preindustriale precaria, intermittente, parassitaria e di sussistenza, vivendo con le briciole che cadono dalla tavola dei nuovi presunti padroni d'Europa, gli scarti, in questa nuova dimensione economica che ha la pretesa di definirsi globale ma che pretende nello stesso tempo che gli uomini stiano fermi continuando a recitare la parte economica che è stata loro assegnata. Invece ogni cosa si muove, gli uomini si spostano, si sono sempre spostati, si sposteranno sempre, mettono continuamente in sofferenza le strutture che si fissano per alcuni istanti nel corso del tempo nella loro continua ricerca e illusione di ricchezza e salvezza. Orde di donne e uomini, migrazioni umane che si spostano dall'Africa, dall'Asia, dall'America meridionale, gli stessi barbari che premevano contro le frontiere presidiate dell'Impero Romano. Allora c'erano i generali e anche i generali che diventavano poi imperatori che li ricacciavano indietro continuamente con la guerra, che portavano la guerra di conquista sui loro stessi territori aprendo continue voragini geopolitiche, anche nelle zone che stiamo attraversando e in quelle dove siamo diretti. Adesso pretendono che gli uomini stiano fermi, o che si spostino solo secondo le loro convenienze economiche e le loro alchimie finanziarie, che le migrazioni umane cessino, senza neanche assumersi il peso e il prezzo spaventoso delle guerre, con le loro campagne di stampa, le loro ipocrite, inutili leggi, purché non si avvicinino troppo numerosi al piccolo bottino che hanno creduto di avere messo in salvo nella loro piccola Europa e nelle altre piccole zone boreali del mondo. Si sono inventati persino delle piccole e contingenti teorie per rassicurarsi che la vita si ferma, che la storia si ferma, dopo quelle sul progresso illimitato su cui si sono fondate rivoluzioni politiche e nuovi imperi economici. Mentre queste orde di miserabili di cui avevano perso conoscenza si stanno riaffacciando con le loro facce arcaiche anche nel cuore del nostro continente. La parte più enigmatica e meno gestibile e assimilabile di quest'orda sono questi antichi migratori che vengono non si sa bene da dove, né perché, che si stanno spostando metro dopo metro anche attraverso il nostro continente. con un continuo movimento pendolare in avanti e all'indietro e poi ancora in avanti, a macchia di leopardo, da sei secoli almeno, e che adesso stanno compiendo questo nuovo tratto del loro inconcepibile viaggio nel cuore stesso del nostro paese e sotto i nostri occhi.

Antonio Moresco...
Zingari di merda...
Giovanni Giovannetti...
edizioni Effigie...1 di 3

15 Luglio 1916...Oggi...Cento anni fa



15 luglio 1916
15 luglio 2016

Fratelli

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presene alla sua
fragilità

Fratelli


Giuseppe Ungaretti
















      Oggi...Cento anni fa      












domenica 10 luglio 2016

Dino Battaglia...Come appare il Diavolo...


Come appare il Diavolo ai Milanesi
durante la peste del 1630,
quando abitava in corso di Porta Romana




10/10

domenica 3 luglio 2016

3 Luglio 1916...Oggi...Cento anni fa

3 luglio 1916
3 luglio 2016

Fra le ondulazioni dolcissime dell’Altipiano, vestite del folto pratile, il trillo dell’allodola nell’estate è segnato da una nota di apprensione paurosa: un bizzarro spaventapasseri fa venir l’itterizia alle povere creature, avvezze al deserto silenzio della vegetazione. Esse lo credono un mostro giallo e maligno, che guarda l’universo con l’occhio dell’augurio funebre: ma egli non è che il vecchio e bravo capitano, a cui il Ministero ha tardato la promozione, a cui la guerra ha cosparso di peli e di sudiciume la faccia, ha impolverato le scarpe e bisunto il vestito. Come un palo sgangherato egli sorge dal verde, le tasche rigonfie di carte e di oggetti di prima necessità, gli abiti d’un color frusto e pieni di ogni sorta di pataffie, la giacca corsa da funicelle che reggono il cannocchiale e il fischietto e la borsa, la cravatta sollevata nel collo, la faccia malata e stanca. Guarda con tristezza la montagna da cui sgorga la rabbia nemica, porta senza gioia la medaglia della campagna coloniale, aspetta senza desiderio la colazione. Mentre le granate fischiano paurosamente egli è ritto nel prato, calmo perché ha fatto quanto poteva per riparare i suoi soldati, e pensa all’ardua prova che il decadere della vita gli serba, dopo tutti i disinganni e le amarezze di questa.


da “Giornale di guerra e di prigionia” di Carlo Emilio Gadda




 Karl Blossfeldt


       Oggi...Cento anni fa          

giovedì 30 giugno 2016

Vladimir Majakovskij...



Ma col respiro
     con la voce
         col palpito,
con tutte le cime dei capelli irti d'orrore,
con i fori delle narici,
     con i chiodi degli occhi,
col dente che stride nell'urlo ferino,
col riccio della pelle,
     con le crespe rabbiose dei sopraccigli,
con un trilione di pori,
     con tutti i pori,
         sino all'ultimo,
in autunno,
     d'estate,
         in primavera,
            d'inverno,
di giorno,
     nel sonno,
io odio
    e rifiuto tutto questo,
tutto.
Tutto
      che in noi
          ha inculcato l'antica schiavitù,
tutto
     che, sciame di meschinità,
s'è posato
    e si posa sulla vita,
persino nel nostro ordine
     imbandierato di rosso


da " Di questo "


domenica 26 giugno 2016

26 Giugno 1916...Oggi...Cento anni fa


26 giugno 1916
26 giugno 2016

Appena mi accorsi del lancio dei gas, credendo fossero i soliti, ordinai di mettere le maschere e di fare un fitto fuoco di fucileria…quando questi maledetti gas cominciarono ad avvolgere le mie vedette che vidi rizzarsi e poi cadere dibattendosi come stessero morendo. Né potevo comprendere il perché…la ragione però me la spiegai quando i gas avvolsero le trincee da noi occupate: man mano che gli uomini venivano avvolti dal gas, dopo pochi istanti cadevano dibattendosi come pesci fuori d’acqua… avevano inventato un nuovo gas asfissiante contro il quale le nostre maschere erano inservibili.

testimonianza di un volontario di guerra Leopoldo Aguiari

I nuovi gas asfissianti degli austriaci vengono usati per la prima volta nel giugno del 16, poco prima della Sesta Battaglia dell’Isonzo. Rimane intossicato anche il maggiore di fanteria Rodolfo Graziani che, a stento, riesce a salvarsi. Vent’anni dopo, diventato generale, userà la sua “esperienza” in Etiopia. 






Karl Blossfeldt

     Oggi...Cento anni fa     



martedì 21 giugno 2016

Haiku d'estate......


      haiku d'estate     



Matsuo Basho   1644 - 1694

erba estiva:
per molti guerrieri
la fine di un sogno


Masaoka Shiki    1867 - 1902

due monete in offerta,
e in prestito la frescura
della veranda del tempio


Akutagawa Ryunosuke    1892 - 1927

sotto la stuoia
la lumaca dorme
anche se piove


      haiku d'estate      

martedì 14 giugno 2016

sabato 11 giugno 2016

11 Giugno 1916...Oggi...Cento anni fa

11 giugno 1916 
11 giugno 2016

Oggi si fucilerà un sergente, reo “di non aver fatto la possibile difesa“, abbandonando il campo di battaglia presso il Turcio. La sconfitta, il panico delle truppe accorrenti che per via vedevano sentivano e intuivano la paurosa tragedia, il turbine dei generali “silurati” e dei comandi che si sovrappongono, ordinano e contrordinano, accusano e si accusano, tutto ciò che porta un senso di sfiducia e di sconforto, al quale si reagisce con le fucilazioni sul campo, isolate e in massa. Un colonnello ne ha fatti fucilare una ventina, tra cui un sottotenente. Ne ha ricavato un encomio solenne dal Comando Supremo. L’uomo, condotto alla morte, tenta di fuggire, come una povera bestia inseguita dalla muta dei cani. La legge di guerra lo afferra e lo fucila. Si tengono le truppe con il terrore. Salus patriae suprema lex. Ognuno che è qui vive nella tragedia.


da Attilio Frescura “Diario di un imboscato”



Karl Blossfeldt


     Oggi...Cento anni fa     


Og

mercoledì 1 giugno 2016

Giugno 1916...Oggi...Cento anni fa

Giugno 1916
Giugno 2016

La strada, ora, si faceva ingombra di profughi. Sull’Altipiano d’Asiago non era rimasta anima viva. La popolazione dei Sette Comuni si riversava sulla pianura, alla rinfusa, trascinando sui carri a buoi e sui muli, vecchi, donne e bambini, e quel poco di masserizie che avevano potuto salvare dalle case affrettatamente abbandonate al nemico. I contadini allontanati dalla loro terra,erano come naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore. I carri, lenti, sembravano un accompagnamento funebre. La nostra colonna cessò i canti e si fece silenziosa. Sulla strada non si sentiva altro che il nostro passo di marcia e il cigolio dei carri. Lo spettacolo era nuovo per noi. Sul fronte del Carso, eravamo noi gli invasori, ed erano slavi i contadini che avevano abbandonato le case, alla nostra avanzata. Ma noi non li avevamo visti.


da “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu




Karl Blossfeldt

   Oggi...Cento anni fa   

venerdì 27 maggio 2016

Jorge Semprun...




Eppure, nonostante i vapori mefitici e i miasmi pestilenziali che avvolgevano in una nebbia costante l'edificio, le latrine del Campo Piccolo erano un luogo conviviale, una specie di rifugio in cui ritrovare dei compatrioti, dei compagni di quartiere o di maquis: un luogo in cui scambiare qualche notizia,un pizzico di tabacco, qualche risata, un briciolo di speranza: un pò di vita insomma. Le latrine immonde del Campo Piccolo erano uno spazio di libertà: per la sua stessa natura, per gli odori nauseabondi che vi si sprigionavano, le SS e i Kapo provavano ripugnanza a frequentare quell'edificio, che diventava così il luogo di Buchenwald in cui il dispotismo inerente al funzionamento stesso della struttura concentrazionaria si faceva sentire di meno.

venerdì 13 maggio 2016

Armin Greder...


... ma erano un popolo antico
e avevano visto andare e venire
generali con i loro eserciti
e re con le loro corti
e profeti con i loro dei.
Gli stranieri avevano il potere, adesso
ma loro avevano il tempo.
E sapevano che anche questo muro,
come tutti gli altri muri prima di lui,
sarebbe alla fine crollato,
perché un giorno
gli stranieri avrebbero capito.

E nel frattempo continuavano
a oliare le chiavi delle loro case
che li aspettavano dietro il muro. 


Armin Greder
- Gli stranieri -
Orecchioacerbo edizioni

venerdì 6 maggio 2016

Rafael Alberti...


Collegio dei gesuiti-5


Rivedo ora gli anni,
gli stessi che questa sera sento tornare a me folti di sottane,
neri spauracchi,
gonfi come maiali di pece morta che andassero alla deriva,
lasciandosi dietro una coda d'inchiostro punteggiata di
    sudicio sperma e di vomiti.

Sento come m'invadono crocifissi,
penombre di tossi con rosari e viacrucis
e un odore di caffé,
di colazione asciutta,
alterata nelle tiepide bocche dei confessionali.

Non è possibile che torni questo medesimo paesaggio,
che neppure per un istante riconquisti il suo sogno
    abbrutito di mosche,
di formalina e fumo.
Non è possibile un altra volta questa latrina sordida di
    tonache con rutti e minestre di tapioca.
Non è possibile,
non voglio,
non si può volere per voi la stessa infanzia e morte.


Rafael Alberti   1902 - 1999

domenica 1 maggio 2016

Jorge Guillen...

Morte di due scarpe



Muoiono! Hanno vissuto
con fedeltà: domestiche
cristiane che s'onorano
e gioiscono aiutando,

accontentando il padrone,
uno stremato viandante,
a tal punto da scegliere
quiete di piede e d'animo.

Ne sanno queste suole! Sanno
d'andature palmo a palmo,
d'intemperie già smarrite
in mezzo a fango e ciottoli...

Languisce su questo cuoio
triste la tinta, che un tempo
fu semplice compiutezza
d'un giorno bene adornato.

Tutto m'annuncia una rovina
che mi sfugge. Abbattimento
mortale corrode il decoro.
Scappano.Fantasmi-scarpe!



Jorge Guillen   1893 - 1984

domenica 24 aprile 2016

lunedì 18 aprile 2016

David Byrne...

Qual è il limite temporale per la giustizia?  

Le persone la cui vita è stata rovinata dalla Stasi, o da un ministero simile in qualunque parte del mondo, hanno diritto a un risarcimento economico? Il loro patrimonio immobiliare dovrebbe esser restituito loro, o ai loro eredi? Avrebbero dovuto istituire una commissione per la verità e la riconciliazione, come è accaduto in Sudafrica, per chiarire le cose e permettere alla nazione e agli individui di voltare pagina? (Secondo tale modello, non sono previste punizioni né risarcimenti, ma solo se viene resa nota tutta la verità.) La popolazione dello Zimbabwe, l'ex Rhodesia, negli ultimi anni ha preteso la restituzione dei terreni agricoli sottratti molto tempo fa ai suoi antenati dai coloni bianchi. Costoro hanno vissuto in tali tenute espropriate  anche per tre generazioni, e naturalmente adesso le considerano di loro proprietà; e vedono il paese stesso come la loro patria. I bianchi accettano- così ci dicono- l'idea che la nazione non debba e non possa più esser governata da stranieri, e neppure da una minoranza bianca, ma considerano quelle case e quelle terre di loro proprietà. Hanno tirato su dei bambini, costruito infrastrutture e valorizzato i campi. E non solo nelle loro terre. Sono stati loro, almeno fino a un certo punto, a creare le infrastrutture che hanno permesso al paese di funzionare. Ma, dopo la recente svolta politica e la perdita del potere da parte dei bianchi, il loro diritto a  tenersi l'ottanta per cento delle terre coltivabili soltanto perché i loro antenati l'hanno rubato sembra intaccato e con scarse probabilità di sopravvivere. Mugabe, sebbene sia giunto al potere promettendo la prosperità a una nazione africana  sovrana, ricca di risorse e con infrastrutture efficienti, si è purtroppo rivelato un despota corrotto e violento, deciso a conservare il potere a ogni costo. I discendenti degli abitanti originari dell'era precoloniale, insieme ai rappresentanti autonominatisi di Mugabe, avidi e opportunisti, hanno cominciato a riappropriarsi delle terre con la forza. E' giusto? Non proprio, ma non lo fu neppure l'appropriazione delle terre compiuta molti anni fa dai bianchi. qualcuno potrebbe sostenere che la giustizia è stata semplicemente rimandata. Se riesco a rubarti qualcosa, e tu non sei in grado di esigere la restituzione delle tue proprietà o della tua terra, anche per generazioni, questo le rende a un certo punto mie, legalmente e moralmente? Basta il mero scorrere del tempo a trasferire il diritto di proprietà da una persona a un'altra? E quanto? Dieci anni? Cento? Mille? E' probabile che qualunque tentativo di conseguire la giustizia assoluta, sia destinato a fallire. Forse la giustizia assoluta, come ogni altro assoluto. esiste di rado, se non nella matematica. Nello Zimbabwe i bianchi verranno sgomberati a forza, le terre da essi valorizzate, almeno in certi casi, resteranno purtroppo inutilizzate, e alcune di esse verranno inevitabilmente rovinate dai loro nuovi proprietari, non troppo avvezzi a gestire simili risorse. Molto probabilmente ci saranno appropriazioni senza scrupoli e lotte per impossessarsi delle terre tra i nuovi proprietari. Ma forse, dopo un certo tempo. se la situazione non sfuggirà completamente di mano, verrà raggiunto un qualche equilibrio. Qualcuno sosterrà che nessun bianco appartiene a quella terra, e non avrà tutti i torti. Ma con un po' di comprensione e clemenza forse qualcuno dei discendenti dei ladri potrà trovare un posto e una casa in cui sistemarsi. e magari ottenere persino stima e rispetto. Nella storia di quasi tutti noi, qualunque sia la nostra razza, c'è qualcosa di cui vergognarsi. A volte è vicino, a memoria d'uomo, un costante memento. A volte è successo generazioni fa, e anche se personalmente non proviamo alcun senso di colpa, né ci sentiamo in debito, le cose cambiano, e ciò che è dimenticato o sepolto torna  a galla. Direi che è sempre più difficile per chiunque, ovunque si trovi, affermare: "Io appartengo a questo luogo e tu no". Le migrazioni umane non si sono mai fermate, sono incessanti, e mescolarsi, sebbene non sia facile, spesso può rivelarsi fecondo: una sorgente di innovazione e di creatività. A un certo punto ci sarà una sanguinosa mischia per accaparrarsi quelle splendide ville moderniste degli anni cinquanta nel quartiere Vedado dell'Avana? Israele, la Palestina, il South Dakota, il Tibet - nella storia di ciascuno di questi luoghi c'è l'appropriazione di terre da parte di un gruppo etnico ai danni di un altro. Un furto di terra o di proprietà preannuncia ineluttabilmente un furto per ristabilire lo status quo? La giustizia rimandata è inevitabile?  Si può definire giustizia? Quando scade il tempo per la giustizia e il risarcimento, ammesso che scada? Le vittime della Stasi possono chiedere un qualche risarcimento? Gli ebrei tedeschi possono reclamare le loro case a Lipsia e Berlino (quelle ancora in piedi)? I discendenti dei russi che andarono in esilio dopo la rivoluzione possono tornare e pretendere le loro splendide case a San Pietroburgo? Le moltitudini di cinesi che durante la Rivoluzione culturale furono cacciate dai teppisti della Guardia Rossa dalle case in cui la loro famiglia aveva vissuto per generazioni potranno mai farvi ritorno? Quando giunge il suo turno al potere, chiunque può far correre all'indietro l'orologio della storia?  E le relative violenze rappresentano forse una forma di giustizia? Esiste davvero qualcuno che sia veramente originario del luogo in cui vive? In molti casi, credo di no. E forse, in qualche modo, è proprio qui che si cela la risposta alle nostre domande.

lunedì 11 aprile 2016

OTZI.....................GARY SNYDER


In cammino


Cammina a passo regolare sul pendio - roccia e cespugli fitti -
vento nelle orecchie, brezza che fa leggermente ondeggiare la barba -
nuvole basse, da ovest, a batuffoli -
oltrepassare ed attraversare le alte cime; varchi nel cielo blu -
in lontananza -
tra sbuffi di nuvole bianche e grigie si nasconde un crinale.
Attraverso una fessura nella roccia, chiazze blu di ombre di nuvole e sole -
la brezza cala -
si entra nella neve adesso, sole dietro le nuvole ma sempre luce fortissima.

Ginocchio dolorante e spalla indolenzita - ma -
sto per uscire sul campo di ghiaccio per attraversarlo e scendere dall'altra parte,
ancora neve e rocce e abeti più in basso.
Proprio adesso sole e vento - il mio coltellino,
l'occorrente per il fuoco, una figlia sistemata, questo cammino solitario.


- Gary Snyder
4000 anni fa - 22 Sett. 2004

da: This Present Moment, Counterpoint, Berkeley 2015

sabato 2 aprile 2016

2 Aprile 1916...Oggi...Cento anni fa

2 aprile 1916
2 aprile 2016

Con la nostra famosa artiglieria, gli abbiamo ricacciato con grande perdite circa migliaia di austriaco morti e ferite. Io con sangue freddo sotto i tire della artiglieria nemico non ho mai abbandonato il mio posto della feritoia e ho fatto circa 8 hora di fuoco contra gli austriaci e forse o ucciso una cinquantina di austriaco questa volta, col mio fucile mi dispiace molte che non ho potuto uccidere nemeno uno austriaco colla baionetta questa volta, perché quando abbiamo dato l’asalto loro hanno fugito tutte dal posizione che abbiamo conquistato.


lettera di Americo Orlando, nato in Brasile da migranti abruzzesi, partito volontario e morto sul fronte dell’Isonzo nell’agosto del 17



Karl Blossfeldt

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