Una volta una signora mi ha detto: "Ma questo Dadaismo, questo Surrealismo non avrà un cattivo effetto sui giovani?" Le ho risposto: "Signora, ho fatto molti quadri in vita mia e sto ancora cercando di fare un quadro alla cui vista certe persone cadono morte, ma non ci sono ancora riuscito." - Man Ray -
venerdì 20 maggio 2016
venerdì 13 maggio 2016
Armin Greder...
... ma erano un popolo antico
e avevano visto andare e venire
generali con i loro eserciti
e re con le loro corti
e profeti con i loro dei.
Gli stranieri avevano il potere, adesso
ma loro avevano il tempo.
E sapevano che anche questo muro,
come tutti gli altri muri prima di lui,
sarebbe alla fine crollato,
perché un giorno
gli stranieri avrebbero capito.
E nel frattempo continuavano
a oliare le chiavi delle loro case
che li aspettavano dietro il muro.
Armin Greder
- Gli stranieri -
Orecchioacerbo edizioni
venerdì 6 maggio 2016
Rafael Alberti...
Collegio dei gesuiti-5
Rivedo ora gli anni,
gli stessi che questa sera sento tornare a me folti di sottane,
neri spauracchi,
gonfi come maiali di pece morta che andassero alla deriva,
lasciandosi dietro una coda d'inchiostro punteggiata di
sudicio sperma e di vomiti.
Sento come m'invadono crocifissi,
penombre di tossi con rosari e viacrucis
e un odore di caffé,
di colazione asciutta,
alterata nelle tiepide bocche dei confessionali.
Non è possibile che torni questo medesimo paesaggio,
che neppure per un istante riconquisti il suo sogno
abbrutito di mosche,
di formalina e fumo.
Non è possibile un altra volta questa latrina sordida di
tonache con rutti e minestre di tapioca.
Non è possibile,
non voglio,
non si può volere per voi la stessa infanzia e morte.
Rafael Alberti 1902 - 1999
domenica 1 maggio 2016
Jorge Guillen...
Morte di due scarpe
Muoiono! Hanno vissuto
con fedeltà: domestiche
cristiane che s'onorano
e gioiscono aiutando,
accontentando il padrone,
uno stremato viandante,
a tal punto da scegliere
quiete di piede e d'animo.
Ne sanno queste suole! Sanno
d'andature palmo a palmo,
d'intemperie già smarrite
in mezzo a fango e ciottoli...
Languisce su questo cuoio
triste la tinta, che un tempo
fu semplice compiutezza
d'un giorno bene adornato.
Tutto m'annuncia una rovina
che mi sfugge. Abbattimento
mortale corrode il decoro.
Scappano.Fantasmi-scarpe!
Jorge Guillen 1893 - 1984
Muoiono! Hanno vissuto
con fedeltà: domestiche
cristiane che s'onorano
e gioiscono aiutando,
accontentando il padrone,
uno stremato viandante,
a tal punto da scegliere
quiete di piede e d'animo.
Ne sanno queste suole! Sanno
d'andature palmo a palmo,
d'intemperie già smarrite
in mezzo a fango e ciottoli...
Languisce su questo cuoio
triste la tinta, che un tempo
fu semplice compiutezza
d'un giorno bene adornato.
Tutto m'annuncia una rovina
che mi sfugge. Abbattimento
mortale corrode il decoro.
Scappano.Fantasmi-scarpe!
Jorge Guillen 1893 - 1984
domenica 24 aprile 2016
lunedì 18 aprile 2016
David Byrne...
Qual è il limite temporale per la giustizia?
Le persone la cui vita è stata rovinata dalla Stasi, o da un ministero simile in qualunque parte del mondo, hanno diritto a un risarcimento economico? Il loro patrimonio immobiliare dovrebbe esser restituito loro, o ai loro eredi? Avrebbero dovuto istituire una commissione per la verità e la riconciliazione, come è accaduto in Sudafrica, per chiarire le cose e permettere alla nazione e agli individui di voltare pagina? (Secondo tale modello, non sono previste punizioni né risarcimenti, ma solo se viene resa nota tutta la verità.) La popolazione dello Zimbabwe, l'ex Rhodesia, negli ultimi anni ha preteso la restituzione dei terreni agricoli sottratti molto tempo fa ai suoi antenati dai coloni bianchi. Costoro hanno vissuto in tali tenute espropriate anche per tre generazioni, e naturalmente adesso le considerano di loro proprietà; e vedono il paese stesso come la loro patria. I bianchi accettano- così ci dicono- l'idea che la nazione non debba e non possa più esser governata da stranieri, e neppure da una minoranza bianca, ma considerano quelle case e quelle terre di loro proprietà. Hanno tirato su dei bambini, costruito infrastrutture e valorizzato i campi. E non solo nelle loro terre. Sono stati loro, almeno fino a un certo punto, a creare le infrastrutture che hanno permesso al paese di funzionare. Ma, dopo la recente svolta politica e la perdita del potere da parte dei bianchi, il loro diritto a tenersi l'ottanta per cento delle terre coltivabili soltanto perché i loro antenati l'hanno rubato sembra intaccato e con scarse probabilità di sopravvivere. Mugabe, sebbene sia giunto al potere promettendo la prosperità a una nazione africana sovrana, ricca di risorse e con infrastrutture efficienti, si è purtroppo rivelato un despota corrotto e violento, deciso a conservare il potere a ogni costo. I discendenti degli abitanti originari dell'era precoloniale, insieme ai rappresentanti autonominatisi di Mugabe, avidi e opportunisti, hanno cominciato a riappropriarsi delle terre con la forza. E' giusto? Non proprio, ma non lo fu neppure l'appropriazione delle terre compiuta molti anni fa dai bianchi. qualcuno potrebbe sostenere che la giustizia è stata semplicemente rimandata. Se riesco a rubarti qualcosa, e tu non sei in grado di esigere la restituzione delle tue proprietà o della tua terra, anche per generazioni, questo le rende a un certo punto mie, legalmente e moralmente? Basta il mero scorrere del tempo a trasferire il diritto di proprietà da una persona a un'altra? E quanto? Dieci anni? Cento? Mille? E' probabile che qualunque tentativo di conseguire la giustizia assoluta, sia destinato a fallire. Forse la giustizia assoluta, come ogni altro assoluto. esiste di rado, se non nella matematica. Nello Zimbabwe i bianchi verranno sgomberati a forza, le terre da essi valorizzate, almeno in certi casi, resteranno purtroppo inutilizzate, e alcune di esse verranno inevitabilmente rovinate dai loro nuovi proprietari, non troppo avvezzi a gestire simili risorse. Molto probabilmente ci saranno appropriazioni senza scrupoli e lotte per impossessarsi delle terre tra i nuovi proprietari. Ma forse, dopo un certo tempo. se la situazione non sfuggirà completamente di mano, verrà raggiunto un qualche equilibrio. Qualcuno sosterrà che nessun bianco appartiene a quella terra, e non avrà tutti i torti. Ma con un po' di comprensione e clemenza forse qualcuno dei discendenti dei ladri potrà trovare un posto e una casa in cui sistemarsi. e magari ottenere persino stima e rispetto. Nella storia di quasi tutti noi, qualunque sia la nostra razza, c'è qualcosa di cui vergognarsi. A volte è vicino, a memoria d'uomo, un costante memento. A volte è successo generazioni fa, e anche se personalmente non proviamo alcun senso di colpa, né ci sentiamo in debito, le cose cambiano, e ciò che è dimenticato o sepolto torna a galla. Direi che è sempre più difficile per chiunque, ovunque si trovi, affermare: "Io appartengo a questo luogo e tu no". Le migrazioni umane non si sono mai fermate, sono incessanti, e mescolarsi, sebbene non sia facile, spesso può rivelarsi fecondo: una sorgente di innovazione e di creatività. A un certo punto ci sarà una sanguinosa mischia per accaparrarsi quelle splendide ville moderniste degli anni cinquanta nel quartiere Vedado dell'Avana? Israele, la Palestina, il South Dakota, il Tibet - nella storia di ciascuno di questi luoghi c'è l'appropriazione di terre da parte di un gruppo etnico ai danni di un altro. Un furto di terra o di proprietà preannuncia ineluttabilmente un furto per ristabilire lo status quo? La giustizia rimandata è inevitabile? Si può definire giustizia? Quando scade il tempo per la giustizia e il risarcimento, ammesso che scada? Le vittime della Stasi possono chiedere un qualche risarcimento? Gli ebrei tedeschi possono reclamare le loro case a Lipsia e Berlino (quelle ancora in piedi)? I discendenti dei russi che andarono in esilio dopo la rivoluzione possono tornare e pretendere le loro splendide case a San Pietroburgo? Le moltitudini di cinesi che durante la Rivoluzione culturale furono cacciate dai teppisti della Guardia Rossa dalle case in cui la loro famiglia aveva vissuto per generazioni potranno mai farvi ritorno? Quando giunge il suo turno al potere, chiunque può far correre all'indietro l'orologio della storia? E le relative violenze rappresentano forse una forma di giustizia? Esiste davvero qualcuno che sia veramente originario del luogo in cui vive? In molti casi, credo di no. E forse, in qualche modo, è proprio qui che si cela la risposta alle nostre domande.
lunedì 11 aprile 2016
OTZI.....................GARY SNYDER
Cammina a passo regolare sul pendio - roccia e cespugli fitti -
vento nelle orecchie, brezza che fa leggermente ondeggiare la barba -
nuvole basse, da ovest, a batuffoli -
oltrepassare ed attraversare le alte cime; varchi nel cielo blu -
in lontananza -
tra sbuffi di nuvole bianche e grigie si nasconde un crinale.
Attraverso una fessura nella roccia, chiazze blu di ombre di nuvole e sole -
la brezza cala -
si entra nella neve adesso, sole dietro le nuvole ma sempre luce fortissima.
Ginocchio dolorante e spalla indolenzita - ma -
sto per uscire sul campo di ghiaccio per attraversarlo e scendere dall'altra parte,
ancora neve e rocce e abeti più in basso.
Proprio adesso sole e vento - il mio coltellino,
l'occorrente per il fuoco, una figlia sistemata, questo cammino solitario.
- Gary Snyder
4000 anni fa - 22 Sett. 2004
da: This Present Moment, Counterpoint, Berkeley 2015
sabato 2 aprile 2016
2 Aprile 1916...Oggi...Cento anni fa
2 aprile 1916
2
aprile 2016
Con la nostra famosa artiglieria, gli
abbiamo ricacciato con grande perdite circa migliaia di austriaco
morti e ferite. Io con sangue freddo sotto i tire della artiglieria
nemico non ho mai abbandonato il mio posto della feritoia e ho fatto
circa 8 hora di fuoco contra gli austriaci e forse o ucciso una
cinquantina di austriaco questa volta, col mio fucile mi dispiace
molte che non ho potuto uccidere nemeno uno austriaco colla baionetta
questa volta, perché quando abbiamo dato l’asalto loro hanno
fugito tutte dal posizione che abbiamo conquistato.
lettera di Americo Orlando, nato in
Brasile da migranti abruzzesi, partito volontario e morto sul fronte
dell’Isonzo nell’agosto del 17
Karl Blossfeldt
Oggi...Cento anni fa
Oggi...Cento anni fa
giovedì 31 marzo 2016
Stephen King........pesce d'aprile
Quello che Darwin per delicatezza non ha voluto dire, amici miei,
è che se siamo diventati i padroni del mondo
non è perché siamo i più intelligenti
o nemmeno i più crudeli,
ma perché siamo sempre stati i più pazzi e sanguinari
figli di puttana della giungla.
sabato 26 marzo 2016
S. Kusano...Beethoven...Sonata di primavera
milioni di rane si si levano-kep glee-kep
per cogliere l'azzurra luce della luna setosa.
li-lululu li-lululu.
lila lila lila.
si levano. le zampe ondeggiano ondeggiando.
si levano una dopo l'altra
dai campi verdi. sciancate si levano.
si levano come sciancati.
tonnnnnnnnnnnnnnnnnfo
tonnnnnnnnnnnnnnnnnfo
dall'alto una per una
zampe si tendono.
si levano in tutta trasparenza.
cadono come gocce di zaffiro.
glee-kep glee-kep.
glee-kep.
ridendo ridendo ridendo ridendo
ecco ridono insieme.
!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
cori di cielo sopra prati verdi.
voci della luna fiocamente udite.
occhi che quasi esplodono.
dai monti ai prati
l'aria spostandosi muta terrifica.
milioni di rane si levano
follemente adorando la notte di maggio.
levano il capo per cogliere
l'azzurra luna setosa. piena luna.
cogliendo sogni d'avventura
levano il capo.
in cerca della luce.
si levano. si levano. si levano. si levano.
li-lululu li-lululu.
lila lila lila.
li-lululu li-lululu.
!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
liberamente tratto da Shimpei Kusano 1903 - 1988
Beethoven: sonata di primavera da " Rane e altre cose "
lunedì 21 marzo 2016
Haiku di primavera......
Haiku di primavera
Matsuo Basho 1644 - 1694
Antico stagno.
Una rana si tuffa.
Suono d'acqua.
Yosa Buson 1716 - 1783
Immobile,
la rana contempla
il vagar delle nuvole.
Kobayashi Issa 1763 - 1827
La rana
gioca con me
a guardarmi fisso.
Haiku di primavera
Etichette:
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#estate,
#haiku,
#inverno,
#primavera
giovedì 17 marzo 2016
martedì 15 marzo 2016
lunedì 7 marzo 2016
L'UNICO ANIMALE........................2015
La principale caratteristica che distingue l'uomo dagli altri animali
è il fatto che l'uomo è l'unico animale che maltratta le femmine della sua specie.
E' una cosa di cui né il lupo né il coyote si rendono mai colpevoli.
E' una cosa che persino il cane, degeneratosi attraverso l'addomesticamento, non fa.
JACK LONDON - La strada- Guanda Ed. 1976
E' una cosa di cui né il lupo né il coyote si rendono mai colpevoli.
E' una cosa che persino il cane, degeneratosi attraverso l'addomesticamento, non fa.
JACK LONDON - La strada- Guanda Ed. 1976
sabato 27 febbraio 2016
Roberto Roversi...1991...notte
L'arte della guerra
La guerra dice che la guerra è guerra.
La guerra dice che la pace è fiacca
addormenta l’uomo cacciatore.
La guerra dice che la guerra è amore
della guerra dice nella storia
non c’è gloria per uomini e nazioni
se non in guerra.
La terra non è fiori non primavera non è canzoni
la guerra è l’urlo dei nemici o un fuoco di bombarde.
Le bombarde fanno cadere tutte le foglie dal cielo
le bombarde mietono il grano della vita fra gli uomini.
Così la guerra è guerra e nella terra sta.
Uomini del Peloponneso e alleati!
Gli Ateniesi quando ci vedranno portare nel loro paese
devastazione distruzione
ci affronteranno in campo
il re e gli abitanti sono fuggiti sui monti
Menone fa pagare caro l’eccidio dei suoi uomini
la città e la reggia sono messe a sacco
mentre Giugurta amante della guerra
invade i territori d’Aderbale
fa prigionieri
s’impadronisce di armenti
dà edifici alle fiamme
con la cavalleria trascorre devastando
e Germanico incita a continuare nella carneficina
non fare prigionieri solo distruzione
di tutto il popolo
verso il tramonto ritira dalla battaglia una legione
mentre le altre si saziano di sangue nemico fino alla notte.
Cesare avanza bruciando edifici e villaggi
si impadronisce di bestiame e di uomini
ma la crudeltà di Ezzelino assomiglia al diavolo
non ci pensa ad ammazzare uomini donne bambini
un giorno fa bruciare vivi undicimila padovani
in campo San Giorgio nella città di Verona
ha dato fuoco alla dimora in cui erano chiusi
stridono da ogni parte
lui con i suoi cavalieri corre allegro in un torneo
intorno a loro
ma i Franchi salgono su con le scale
i Musulmani si perdono d’animo e corrono nelle case
per tre giorni i Franchi li passano a fil di spada
uccidono più di centomila persone
poi si impadroniscono di Gerusalemme
la popolazione è passata a fil di spada.
Anni e anni il rumore delle bombe a gas
si mescola al frastuono dei proiettili esplosivi
una campana suona in mezzo alle esplosioni
colpi di gong annunciano dappertutto i gas i gas i gas
e Sc-p! una granata passa su di noi
e Sc-p! un’altra cade più lontano
avanti, ordina Fabian, avanti per la trincea
ma com’è triste un panorama di vittoria!
la nebbia nasconde ancora gli angoli sotto il suo sudario
e non riconosco più niente
su questa grande carta di terra sconvolta
tutto si confonde e la stessa pianura consumata annientata
senza un albero senza un tetto senza nulla di vivente e
punteggiata di macchie minuscole: dei morti, dei morti.
Vi sono ventimila cadaveri nemici
ha esclamato il colonnello fiero di noi.
E a mano a mano che i fanti avanzano
attraverso quel terreno sconvolto da fossi crateri granate
i mitraglieri tedeschi li falciano
riducendo interi plotoni a pugni di uomini
il bombardamento di Coventry Il bombardamento di Dresda
l’assedio di Stalingrado la presa di Varsavia
la linea gotica nell’Italia devastata
la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi
ma se i generali sono somari
anche i politici sono somari
se i generali mandano con la voce gli uomini al macello
anche i politici mandano le città mandano i paesi
al macello delle bombe.
La guerra dice che la guerra è guerra.
La guerra dice che la pace è fiacca
addormenta l’uomo cacciatore.
La guerra dice che la guerra è amore
della guerra dice nella storia
non c’è gloria per uomini e nazioni
se non in guerra.
La terra non è fiori non primavera non è canzoni
la guerra è l’urlo dei nemici o un fuoco di bombarde.
Le bombarde fanno cadere tutte le foglie dal cielo
le bombarde mietono il grano della vita fra gli uomini.
Così la guerra è guerra e nella terra sta.
Uomini del Peloponneso e alleati!
Gli Ateniesi quando ci vedranno portare nel loro paese
devastazione distruzione
ci affronteranno in campo
il re e gli abitanti sono fuggiti sui monti
Menone fa pagare caro l’eccidio dei suoi uomini
la città e la reggia sono messe a sacco
mentre Giugurta amante della guerra
invade i territori d’Aderbale
fa prigionieri
s’impadronisce di armenti
dà edifici alle fiamme
con la cavalleria trascorre devastando
e Germanico incita a continuare nella carneficina
non fare prigionieri solo distruzione
di tutto il popolo
verso il tramonto ritira dalla battaglia una legione
mentre le altre si saziano di sangue nemico fino alla notte.
Cesare avanza bruciando edifici e villaggi
si impadronisce di bestiame e di uomini
ma la crudeltà di Ezzelino assomiglia al diavolo
non ci pensa ad ammazzare uomini donne bambini
un giorno fa bruciare vivi undicimila padovani
in campo San Giorgio nella città di Verona
ha dato fuoco alla dimora in cui erano chiusi
stridono da ogni parte
lui con i suoi cavalieri corre allegro in un torneo
intorno a loro
ma i Franchi salgono su con le scale
i Musulmani si perdono d’animo e corrono nelle case
per tre giorni i Franchi li passano a fil di spada
uccidono più di centomila persone
poi si impadroniscono di Gerusalemme
la popolazione è passata a fil di spada.
Anni e anni il rumore delle bombe a gas
si mescola al frastuono dei proiettili esplosivi
una campana suona in mezzo alle esplosioni
colpi di gong annunciano dappertutto i gas i gas i gas
e Sc-p! una granata passa su di noi
e Sc-p! un’altra cade più lontano
avanti, ordina Fabian, avanti per la trincea
ma com’è triste un panorama di vittoria!
la nebbia nasconde ancora gli angoli sotto il suo sudario
e non riconosco più niente
su questa grande carta di terra sconvolta
tutto si confonde e la stessa pianura consumata annientata
senza un albero senza un tetto senza nulla di vivente e
punteggiata di macchie minuscole: dei morti, dei morti.
Vi sono ventimila cadaveri nemici
ha esclamato il colonnello fiero di noi.
E a mano a mano che i fanti avanzano
attraverso quel terreno sconvolto da fossi crateri granate
i mitraglieri tedeschi li falciano
riducendo interi plotoni a pugni di uomini
il bombardamento di Coventry Il bombardamento di Dresda
l’assedio di Stalingrado la presa di Varsavia
la linea gotica nell’Italia devastata
la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi
ma se i generali sono somari
anche i politici sono somari
se i generali mandano con la voce gli uomini al macello
anche i politici mandano le città mandano i paesi
al macello delle bombe.
Temporali, n. 7, maggio 1991.
venerdì 19 febbraio 2016
Staglieno...Anarchici
Io voglio: un tetto per ogni famiglia,
del pane per ogni bocca,
educazione per ogni cuore,
luce per ogni intelligenza.
domenica 14 febbraio 2016
Roberto Roversi...1988...mattino
Addio addio addio non ti dico addio
Addio addio addio non ti dico addio
e ricordati di me.
Ti regalo questa pomata che puoi stendere
sopra le ferite.
Senti? la terra trema.
E nevica nevica nevica continua a nevicare.
Oggi sento che i profeti
per un momento fanno silenzio.
Il mese d’aprile viaggia su strani arcobaleni
ma la prima rivoluzione è finita nella torta
di mele.
Muoio dalla voglia di fare qualcosa.
Si stracciano carte. Piovono fuochi.
Piovono diavoli uccisi
che segnano di sangue il cielo.
Io insisto a non volermi consolare.
A quarant’anni lui non era più quello di
venti. A sessanta a sessanta a
sessanta un uomo torna uguale all’agnello che canta
dentro la nebbia d’agosto
mentre la città grida di solitudine.
Fra cento anni diranno poveri terrestri
non erano fortunati.
Che cosa resterà?
In quel preciso momento ha fatto una neve alta tre metri.
Vediamo cosa mi manca per essere felice.
Addio addio addio non ti dico addio
e ricordati di me.
Ti regalo questa pomata che puoi stendere
sopra le ferite.
Senti? la terra trema.
E nevica nevica nevica continua a nevicare.
Oggi sento che i profeti
per un momento fanno silenzio.
Il mese d’aprile viaggia su strani arcobaleni
ma la prima rivoluzione è finita nella torta
di mele.
Muoio dalla voglia di fare qualcosa.
Si stracciano carte. Piovono fuochi.
Piovono diavoli uccisi
che segnano di sangue il cielo.
Io insisto a non volermi consolare.
A quarant’anni lui non era più quello di
venti. A sessanta a sessanta a
sessanta un uomo torna uguale all’agnello che canta
dentro la nebbia d’agosto
mentre la città grida di solitudine.
Fra cento anni diranno poveri terrestri
non erano fortunati.
Che cosa resterà?
In quel preciso momento ha fatto una neve alta tre metri.
Vediamo cosa mi manca per essere felice.
Lo spartivento, n. 5, gennaio 1988.
domenica 7 febbraio 2016
Quella cosa in Lombardia...
Sia ben chiaro che non penso alla casetta
due locali più servizi
tante rate pochi vizi
due locali più servizi
tante rate pochi vizi
che verrà, quando verrà
penso invece a questo nostro pomeriggio di domenica
di famiglie cadenti come foglie
di figlie senza voglie
di voglie senza sbagli
di mille e cento ferme sulla via
coi vetri appannati di bugie
e di fiati lungo i fossati
della periferia..
cara, dove si andrà, diciamo così, a fare l'amore
non ho detto andiamo a passeggiare
e nemmeno a scambiarci qualche bacio
cara, dove si andrà
diciamo così, a fare l'amore
dico proprio quella cosa che tu sai
e che a te piace credo quanto a me.
Vanno a coppie i nostri simili quest'oggi
nelle scale per l'odore di penosi alberghi a ore
anche ciò, anche ciò si chiama amore.
Certo è amore tutta quella fretta fibbie, lacci e brividi,
nella nebbia gelata tra l'erbetta
un occhio alla lambretta,
l'orecchio a quei rintocchi
che suonano da un borgo la novena
e una radio lontana
dà alle nostre due vite
i risultati delle ultime partite
cara, dove si andrà, diciamo così, a fare l'amore
non ho detto andiamo a passeggiare
e nemmeno a scambiarci qualche bacio
cara, dove si andrà
diciamo così, a fare l'amore
dico proprio quella cosa che tu sai
e che a te piace credo quanto a me
penso invece a questo nostro pomeriggio di domenica
di famiglie cadenti come foglie
di figlie senza voglie
di voglie senza sbagli
di mille e cento ferme sulla via
coi vetri appannati di bugie
e di fiati lungo i fossati
della periferia..
cara, dove si andrà, diciamo così, a fare l'amore
non ho detto andiamo a passeggiare
e nemmeno a scambiarci qualche bacio
cara, dove si andrà
diciamo così, a fare l'amore
dico proprio quella cosa che tu sai
e che a te piace credo quanto a me.
Vanno a coppie i nostri simili quest'oggi
nelle scale per l'odore di penosi alberghi a ore
anche ciò, anche ciò si chiama amore.
Certo è amore tutta quella fretta fibbie, lacci e brividi,
nella nebbia gelata tra l'erbetta
un occhio alla lambretta,
l'orecchio a quei rintocchi
che suonano da un borgo la novena
e una radio lontana
dà alle nostre due vite
i risultati delle ultime partite
cara, dove si andrà, diciamo così, a fare l'amore
non ho detto andiamo a passeggiare
e nemmeno a scambiarci qualche bacio
cara, dove si andrà
diciamo così, a fare l'amore
dico proprio quella cosa che tu sai
e che a te piace credo quanto a me
Franco Fortini - Fiorenzo Carpi - Enzo Jannacci
mercoledì 3 febbraio 2016
Cartografie..........dell'omogeneo 1
Nel campo letterario, come in quello politico-finanziario, domina il traffico manageriale, l'aggrapparsi al carro del vincitore. Le tonnellate di romanzi buttati sul mercato sono tutti una ripetizione delle ultime furberie per infilare la strada del successo.
Gianni Celati dal E-Book di Nazione Indiana "La responsabilità dell'autore"
Cartografie dell'omogeneo 1
martedì 26 gennaio 2016
V. Grossman - I. Erenburg...
Quando gli ebrei furono rinchiusi nel ghetto, trovarono la biblioteca devastata, centinaia di volumi sparpagliati sul marciapiede e in cortile. Hermann Kruk, un profugo giunto da Varsavia, si applicò con zelo alla ricostruzione della biblioteca e a partire dal 10 settembre 1941 poté riprendere il servizio di prestito librario. Persone che in tempi normali prendevano assai di rado un libro tra le mani si trasformarono in assidui frequentatori della biblioteca...Nel sottosuolo, nei rifugi sotterranei, al lume fioco di un moccolo di candela o alla scarsa luce del giorno che penetrava dalle fessure, gli abitanti del ghetto leggevano. Il 1°ottobre 1941 venivano trucidati tremila ebrei del ghetto di Vilnius. Il 2 ottobre la biblioteca prestava 390 libri. Il 3 e il 4 ottobre aveva luogo il massacro nel secondo ghetto. Il 5 ottobre venivano chiesti in prestito alla biblioteca 421 libri. Al novembre del 1941 il numero dei reclusi del ghetto si era ridotto del quaranta per cento, quello dei libri prestati era aumentato di quasi un terzo.
da " Il libro nero " di V.Grossman e I.Erenburg
...
Le statistiche ISTAT certificano in Italia una diminuzione delle persone che hanno letto almeno un libro l'anno, dal 46,8% del 2010 al 42% del 2015. Di questo 42%, così detti "lettori deboli", solo il 13,7% si annovera tra i così detti "lettori forti", ovvero quelli che leggono almeno 12 libri l'anno.
...
mercoledì 20 gennaio 2016
Edmond Jabes...
Canzone dei giorni di pace
Lunedì, un ago
aspetta il filo.
Martedì, una bocca
ride alla rugiada.
Mercoledì, è la tua mano
volta al chiarore.
Ma i tuoi seni, giovedì
hanno un solo giorno di vita.
Venerdì, nessuna parola
s'aspetta l'avvenire.
Sabato è un miracolo
vestito di pigrizia.
Domenica, le tue carezze
dimenticano d'invecchiare.
Edmond Jabès 1912 - 1991
giovedì 14 gennaio 2016
14 Gennaio 1916...Oggi...Cento anni fa
14 gennaio 1916
14 gennaio 2016
E’ quindi vivamente da deplorare che
l’attuale codice penale militare non conceda più, nei casi di
gravi reati collettivi, la facoltà della decimazione dei reparti
colpevoli, che era certamente il mezzo più efficace – in guerra –
per tenere a freno i riottosi e salvaguardare la disciplina.
lettera del generale Cadorna diretta al
presidente Salandra
Il 28 maggio del 1916 viene eseguita
la prima decimazione dell’esercito italiano
Oggi...Cento anni fa
domenica 10 gennaio 2016
10 Gennaio 1916...Oggi...Cento anni fa
10 gennaio 1916
10 gennaio 2016
Carissimi tanto per sfogarmi un poco
delle mia rabbia che o con quelli che comanda le sercito
ta l’iano che son tutti villacchi.
Sono qui in trincea giorno e notte in meso al fango e il fuoco del
cannone. Mi danno da mangiare una volta al giorno che è alla sera
alle nove tentano di farmi morire di fame e di sete….soldati in
guerra stanno molto bene dice il giornale i nostri soldati non
cimanca niente, invece di dire che ci manca tutto quei villiuchi che
comanda lesercito italiano, una volta si diceva dei briganti ora si
vede gli assasini – le barbarie che fanno questi sono barbarie
villiuchhi chi comanda lesercito italiano, se posso venire a licensa
una volta dopo 15 mesi di guerra e poi in italia non mi vedranno mai
più. Altro che combattere contro il nemico – io non combatterò
mai contro i miei fratelli…..Cadorna, boselli che loro sta in
italia sevverò in licenza di questi la pelle ci farò….
lettera non firmata
Oggi...Cento anni fa
venerdì 1 gennaio 2016
A. Manguel...Proposito per il nuovo anno...
Citare è un continuo conversare con il passato per dare un
contesto al presente.
Citare è attingere alla Biblioteca di Babele; citare è riflettere su quanto è già,
Citare è attingere alla Biblioteca di Babele; citare è riflettere su quanto è già,
stato detto, e se non lo facciamo, parliamo in un vuoto dove
non v’è
voce umana che possa risuonare.
Alberto Manguel
da “ La biblioteca di notte “
lunedì 21 dicembre 2015
Haiku d'inverno.....
Haiku d'inverno
Takarai Kikaku 1661-1707
Con la prima brina,
chissà cosa sogneranno,
nelle barche?
Ozaki Hosai 1885-1926
Tutti stanno calpestando
la neve della notte.
Nakamura Kusatao 1901-1983
Notte di neve alta.
Voglio fare una sorpresa
a un amico.
Haiku d'inverno
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#primavera
mercoledì 2 dicembre 2015
mercoledì 25 novembre 2015
25 Novembre 1915...Oggi...Cento anni fa
.
25 novembre 1915
25 novembre 2015
Bisogna che ognuno di noi accetti con rassegnazione,
anzi con gioia, la sua parte di sacrificio.
discorso a Palermo di Vittorio Emanuele Orlando
ministro del governo Salandra.
Oggi...Cento anni fa
sabato 21 novembre 2015
21 Novembre 1915...Oggi...Cento anni fa
21 novembre 1915
21 novembre 2015
Non potete immaginare l'orrore e lo scempio
della lotta corpo a corpo.
E' una cosa orribile, e mi auguro che non si
abbia più a verificare tra persone civili.
da una lettera del tenente Rocco Stassano
10 novembre - 2 dicembre 1915 Quarta battaglia dell'Isonzo
Oggi...Cento anni fa
lunedì 16 novembre 2015
Kabir Das...
Servo, dove mi cerchi?
Guarda, sono vicino a te.
Non sono nel tempio né nella moschea,
non sono nel Kaaba né nel Kailash.
Non nei riti né nelle cerimonie,
neanche nello Yoga, neppure nella rinuncia.
Se mi cercherai veramente, mi vedrai subito,
mi troverai in un attimo.
Kabir dice: "Santo! Dio è il respiro di tutto ciò che vive".
1398 - 1494?
martedì 3 novembre 2015
PASOLINI...Corriere della sera 13 novembre 1975...Hanno ammazzato PASOLINI
HANNO AMMAZZATO PASOLINI GLI OMOSESSUALI ACCUSANO.
Pasolini è soltanto un altro delle migliaia di omosessuali ricattati, aggrediti, "siucidati", massacrati. Non è stato ammazzato perché uomo di cultura, politico, poeta, ma perché omosessuale; l'omosessuale è visto debole,ricattabile; il delitto contro l'omosessuale trova ancora troppe giustificazioni e inconfessati consensi.
GLI OMOSESSUALI ACCUSANO.
Accusano la radio, la televisione, i giornali, colpevoli ancora una volta di contrabbandare come cronaca nera o come prodotto di una generica violenza dilagante un fatto che testimonia invece la specifica violenza esercitata quotidianamente contro chi, in quanto omosessuale, è emarginato, umiliato, oppresso.
ACCUSANO quegli intellettuali e politici che nelle loro dichiarazioni di rimpianto hanno obiettivamente falsificato la reale portata dell'assassinio di Pasolini; questo è anzitutto l'assassinio di un omosessuale, un delitto uguale a migliaia di altri in cui perdono la vita omosessuali sconosciuti che non fanno notizia e non suscitano clamore. Accusano tutti quei cittadini che facendosi complici del clima di ignoranza e di terrore che circonda la figura dell'omosessuale, sono colpevoli della morte di Pasolini quanto e più dello stesso omicida.
RICORDANO E RIMPIANGONO Pier Paolo Pasolini, in nome di milioni di anonimi omosessuali che ogni giorno sono costretti a una vita piena di paura e di violenza.
comunicato del Fuori (collettivo di Torino) apparso sul Corriere della Sera del 13 novembre 1975
lunedì 2 novembre 2015
Carlo Oliva........4 di 4...
All'angolo della via
Li ho rivisti, da allora, solo due volte e sempre di sfuggita. Nel dicembre del '71 o del '72. non saprei dire con precisione, durante una manifestazione particolamente dura, in cui la polizia fece parecchie cariche e fermo' una quantità di persone, mi sembro' di vederli per un momento, all'angolo di una via centrale, a pochi isolati dalla piazza che ci era vietata e che cercavamo di raggiungere nonostante gli sbarramenti. Vestivano sempre di nero, in jeans di velluto e giacconi di cuoio da camionista, e osservavano con una specie di avida indifferenza la violenza di cui erano testimoni. Poi la scena si confuse nel fumo giallastro di una salva di lacrimogeni e dovetti allontanarmi con una certa fretta.
L'altro giorno, in un negozio di articoli genuini e salutari che frequento da un po', mentre il commesso mi spiegava che no, loro non tenevano nè estratto nè compresse di aglio (me ne servo talvolta, per tenere la pressione sotto controllo) ne ho visto passare uno, oltre la porta di quello che suppongo fosse l'ufficio del proprietario. Era distintissimo, in un completo a tre pezzi di un fumo di Londra scurissimo, con una camicia immacolata e una sobria cravatta bordo'. Non guardò dalla mia parte.
Una sola altra volta ho sentito parlare di episodi di vampirismo in città: fu verso la fine di quelli che chiamano gli anni di piombo, quando si disse che sui corpi di due sconosciuti trovati per strada nelle vicinanze di un "covo" in cui s'erano rinvenuti espolsivi e volantini, erano state individuate delle strane ferite, come morsi di denti appuntiti. Di tutta la storia furono accusati, in seguito alla rivelazione di un pentito, i membri di non so quale collettivo autonomo. Negarono tutto, come il povero Pompeo, tanti anni prima, ma il pentito, era caro al magistrato inquirente - non ricordo se fosse il dottor Spataro o chi altri - e al maxi-pro-
cesso bis (o ter) li condannarono tutti a trent'anni. Poi si sono dissociati e credo siano usciti da un pezzo (tranne l'avvocato difensore, che è ancora dentro per partecipazione con funzioni direttive). Ma sull'epi-
sodio non ho informazioni dirette.
E' tutto qua. Ma in fondo, l'idea base dei romanzi ottocenteschi e dei film che ne sono derivati, quella per cui quelle lugubri creature dovrebbero trovarsi a miglior agio in una grande città che nella terra d'origine, abbastanza logica. Non sarebbe la prima volta che la realtà imita la letteratura. E non è detto che qulacuno debba accorgersene: soprattutto se essi avessero imparato, dopo qualche tentativo iniziale, a cercare le proprie vittime nelle pieghe della società urbana, tra gli emarginati o tra coloro che per qualsiasi motivo devono evitare di farsi notare, così che difficilmente si noterà anche la loro scomparsa.
In quasi trent'anni, in fondo, li ho visti solo tre volte, per caso. Qualcun altro può averli incontrati in altre occasioni: forse li ha persino riconosciuti. O forse, chi sa, è stata tutta una mia fantasia. Non credo che la cosa abbia una grande importanza: non via avrei neanche accennato, se non mi fossi reso conto che questa vicenda, nella sua incompiutezza e nella sua inanità. rappresenta la storia stessa della mia vita.
Li ho rivisti, da allora, solo due volte e sempre di sfuggita. Nel dicembre del '71 o del '72. non saprei dire con precisione, durante una manifestazione particolamente dura, in cui la polizia fece parecchie cariche e fermo' una quantità di persone, mi sembro' di vederli per un momento, all'angolo di una via centrale, a pochi isolati dalla piazza che ci era vietata e che cercavamo di raggiungere nonostante gli sbarramenti. Vestivano sempre di nero, in jeans di velluto e giacconi di cuoio da camionista, e osservavano con una specie di avida indifferenza la violenza di cui erano testimoni. Poi la scena si confuse nel fumo giallastro di una salva di lacrimogeni e dovetti allontanarmi con una certa fretta.
L'altro giorno, in un negozio di articoli genuini e salutari che frequento da un po', mentre il commesso mi spiegava che no, loro non tenevano nè estratto nè compresse di aglio (me ne servo talvolta, per tenere la pressione sotto controllo) ne ho visto passare uno, oltre la porta di quello che suppongo fosse l'ufficio del proprietario. Era distintissimo, in un completo a tre pezzi di un fumo di Londra scurissimo, con una camicia immacolata e una sobria cravatta bordo'. Non guardò dalla mia parte.
Una sola altra volta ho sentito parlare di episodi di vampirismo in città: fu verso la fine di quelli che chiamano gli anni di piombo, quando si disse che sui corpi di due sconosciuti trovati per strada nelle vicinanze di un "covo" in cui s'erano rinvenuti espolsivi e volantini, erano state individuate delle strane ferite, come morsi di denti appuntiti. Di tutta la storia furono accusati, in seguito alla rivelazione di un pentito, i membri di non so quale collettivo autonomo. Negarono tutto, come il povero Pompeo, tanti anni prima, ma il pentito, era caro al magistrato inquirente - non ricordo se fosse il dottor Spataro o chi altri - e al maxi-pro-
cesso bis (o ter) li condannarono tutti a trent'anni. Poi si sono dissociati e credo siano usciti da un pezzo (tranne l'avvocato difensore, che è ancora dentro per partecipazione con funzioni direttive). Ma sull'epi-
sodio non ho informazioni dirette.
E' tutto qua. Ma in fondo, l'idea base dei romanzi ottocenteschi e dei film che ne sono derivati, quella per cui quelle lugubri creature dovrebbero trovarsi a miglior agio in una grande città che nella terra d'origine, abbastanza logica. Non sarebbe la prima volta che la realtà imita la letteratura. E non è detto che qulacuno debba accorgersene: soprattutto se essi avessero imparato, dopo qualche tentativo iniziale, a cercare le proprie vittime nelle pieghe della società urbana, tra gli emarginati o tra coloro che per qualsiasi motivo devono evitare di farsi notare, così che difficilmente si noterà anche la loro scomparsa.
In quasi trent'anni, in fondo, li ho visti solo tre volte, per caso. Qualcun altro può averli incontrati in altre occasioni: forse li ha persino riconosciuti. O forse, chi sa, è stata tutta una mia fantasia. Non credo che la cosa abbia una grande importanza: non via avrei neanche accennato, se non mi fossi reso conto che questa vicenda, nella sua incompiutezza e nella sua inanità. rappresenta la storia stessa della mia vita.
sabato 31 ottobre 2015
Carlo Oliva........3 di 4...
All'angolo della via
Capii
tutto, comunque, un paio di sere dopo. Ero ancora in zona, da solo:
verso le undici, il minacciato rientro di certi genitori mi aveva
costretto a lasciare in anticipo una casa in cui avevo sperato di
trattenermi più a lungo. Comunque, era abbastanza tardi perché il
locale di via Frapolli fosse in piena attività e avevo ceduto alla
tentazione di farci una scappata. Tre ore dopo, ero ancora lì. I
canterini erano in gran forma, e in un raro stato d’animo tra il
melanconico e il nazional-popolare. Avevano cantato Porta
Romana
in versione carceraria e La
povera Rosetta e
persino Varda Giulay,
che era, anche allora, un pezzo di repertorio assai raro. A un certo
punto, ridacchiando tra loro, quasi con imbarazzo, avevano intonato,
a un ritmo volutamente troppo lento, una canzone in voga in quegli
anni, Il cielo in una
stanza, esagerandone
gli effetti patetici in una specie di affettuosa caricatura.
Io
sedevo da un lato, e, insieme alla musica, ascoltavo oziosamente le
chiacchiere degli altri avventori. E’ sempre stato un mio difetto:
quando vicino a me è in corso una qualche conversazione, anche a
voce non particolarmente alta, tendo indiscreto l’orecchio. Due o
tre uomini, al banco, parlavano di cani. A quanto mi pareva di
capire, il cane da caccia di uno era sparito dal giardinetto dove
dormiva di solito, e, per combinazione, la moglie di un altro non
riusciva a darsi pace da quando non trovava più una cagnetta cui
teneva molto. Anzi, la signora sapeva di altre sparizioni di cani ai
danni di famiglie del vicinato. Sembrava una specie di epidemia.
Stavo riflettendo sulla stranezza del fenomeno, quando mi resi conto
che anche al tavolino accanto al mio stavano parlando di cani, in
una lingua straniera. Erano i tipi in nero di due giorni prima:
sedevano tranquilli davanti a tre bicchierini pieni a metà di vino
rosso (porto, probabilmente, o qualcosa del genere) e conversavano
fra loro con l’indifferenza di chi sa che difficilmente gli
estranei capiranno qualcosa. Parlavano ungherese, uno strano
ungherese dall’accento esotico, ma pronunciato con tanta esattezza
parola per parola che persino io potevo capirlo senza troppe
difficoltà. In realtà, mi resi conto, li stavo ascoltando
inconsciamente da un po’. Uno, il più autorevole, quello seduto
nell’angolo, aveva detto con voce irritata:” Insomma, tre
tentativi falliti in meno di una settimana. Chi credi d’essere: un
attore del cinema? Non possiamo farci scoprire, lo sai!” E un altro
aveva risposto imbarazzato qualcosa come:” Scusatemi, Signore. Non
ne potevo più di cani…” Era seguito un momento di silenzio. Poi,
il primo aveva risposto in tono riflessivo:” Sì, tutti questi cani
hanno disgustato anche me. Il sangue somiglia, ma …Dovremmo
organizzarci, in qualche modo”, e il terzo a questo punto, aveva
fatto un cenno con la mano, come a invitare gli altri ad abbassare la
voce. Tacquero e si guardarono intorno. Quello nell’angolo mi diede
una lunga occhiata, come chiedendosi se avevo capito qualcosa. Poi
disse che s’era fatto tardi, si alzò, e si diresse con i suoi
compagni alla porta.
Prima
di uscire si voltò un'altra volta verso di me.
Beh,
questo è tutto. Capiì subito che non avrei mai potuto avere
certezza di quanto avevo supposto. Potevano essere tre immigrati stabiliti
nel quartiere chissà da quanto, dal ’56, forse, e la loro
conversazione poteva riferirsi a chissà cosa. Forse erano
semplicemente ladri di cani (se esiste una tale categoria criminale).
Ma quel che è certo è che quella notte non mi avventurai ad uscire
in strada prima dell’alba, che per fortuna – eravamo in giugno e
nessuno parlava ancora di ora legale – non tardò molto.
Allora
capitava molto più spesso di oggi di far tardi, anche in un locale
modesto come quello.
Che
devo dire? Da allora, quel quartiere, che m’era tanto piaciuto, per
me non fu più lo stesso. Poco per volta, smisi di frequentarlo. Gli
amici mi presero in giro per anni, quando presi l’abitudine di
portare una piccola croce d’argento appuntata al bavero della
giacca, nonostante le mie tendenze ideologiche. Poi ci si abituarono,
come a tante altre bizzarie.
...continua...
giovedì 29 ottobre 2015
Carlo Oliva.......2 di 4...
All'angolo della via
Di notte la zona era praticamente deserta. Di ritrovi pubblici, naturalmente, nemmeno si parlava, oltre a qualche bar-latteria, l'unico di cui avessi notizia era appunto in via Frapolli (o, chissà, nei dintorni immediati): era quello che inseguito si sarebbe chiamato un locale, ma allora era soltanto qualcosa d'indistinto tra un bar e un'osteria. Sul tardi, vi ci si faceva musica: un gruppo di clienti fissi cantava i motivi di un repertorio composito, accompagnandosi con le chitarre, un contrabbasso a una corda fatto in casa e due cucchiai per battere il ritmo. Non era un posto famoso come altri in città, ma era sempre piacevole sedersi da un canto e ascoltare quei buontemponi che si cimentavano con gli acuti della Paloma, azzardando la versione corale di una romanza del Tosti e, infine, mettevano a confronto le strane caratteristiche di una ragazza di Villafranca e di una di Bordighera.
Fu appunto in via Frapolli, una sera di quella prima estate, che li vidi per la prima volta. avevo accompagnato a casa una delle mie amiche (era piccola: non sempre otteneva dai familiari la libera uscita oltre le dieci) e andavo verso la fermata della filovia. Faceva abbastanza caldo: dalle molte finestre aperte rimbombavano i suoni di un programma televisivo. Allora, naturalmente, non c'erano reti private e quasi tutti seguivano il primo programma. Le facciate delle case erano una specie di parete sonora, dalla quale fluivano le voci e le note, che si mescolavano in un gioco continuo di echi e ripetizioni. Quella sera davano un varietà musicale, tra i cui ospiti, a quanto pareva, c'era una cantante lirica: la si sentiva per ogni dove cantare l'habanera della Carmen. Il ritmo cadenzato della celebre aria ( l'Amour, l'Amour...), con quei giambi ripetuti in cui l'anapesto si inserisce atteso e insieme improvviso, dava una strana sensazione d'irrealtà. Era come se alla vita di tutti i giorni fosse stata aggiunta bizzarramente una colonna sonora.
Avevo appena svoltato l'angolo della via ( l'Amour est un ) quando sentii alle mie spalle ( fils de Boheme ) un grido strozzato. Mi volsi ( il n'a jamais connu des lois ) e mi affrettai sui miei passi. In fondo, praticamente in piazza Adigrat, alcuni passanti (si tu ne m'aimes ) erano chini su una donna mezzo sdraiata per terra, evidentemente in preda a una forte emozione. Non c'era bisogno ( pas, je t'aime ) che mi unissi a loro e ripresi la via verso il viale. Ma, forse perchè da quelle parti ( si je t'aime ) avevo preso il vezzo di guardarmi in giro con una certa cautela, colsi con la coda dell'occhio ( oh, si, si je t'aime) un movimento all'angolo di via Caronti.
Erano in tre e si muovevano a passo normale, anche se si capiva che poco prima dovevano essersi affrettati. Non troppo alti, tarchiati, vestiti di nero (pantaloni attillati, maglioncini da marinaio a collo alto, un lungo e inconguo impermeabile di nailon ) in contrasto con il pronunciato pallore del loro volto. Si fermarono presso un portone e uno fece il gesto di estrarre la chiave. Prends garde à toi.
Beh, confesso che non capii assolutamente chi fossero. Non me ne preoccupai nemmeno. I giornali parlavano da un po' di un maniaco attivo in zona (Pompeo non era stato ancora arrestato ), ed era logico supporre che la donna che aveva gridato fosse una sua vittima. La tenuta dei tre era un po' lugubre, ma non più di tanto e nessuno di loro rassomigliava minimamente a Christopher Lee. Con il senno di poi, certo, è facile capire che non c'era motivo perchè dovessero somigliargli. Ma i miti iconici, come tutti gli altri, son duri a morire.
A guardare con attenzione, forse, si sarebbe potuto ravvisare nei loro tratti una qualche affinità con quelli di Bela Lugosi, per lo meno un'aristocratica scintilla di albagia magiara, ma, allora, chi fosse Bela Lugosi proprio non lo sapevo. Ci pascevamo tutti, più o meno, dei remake della Hammer, ma non conoscevamo i classici Universal degli anni '30: la televisione non li trasmetteva di certo e i cineclub, cui pure ero assiduo, erano soprattutto prodighi di film cecoslovacchi sulla figura di tormentati dirigenti di fabbrica, che pur di raggiungere gli obiettivi del piano quinquennale proponevano agli operai un sistema di incentivi materiali e finivano sotto processo per aver negato, sia pure in buona fede. l'etica socialista del lavoro. Io ero stato, in vacanza, un paio di volte in Ungheria e una volta in Transilvania: mi ero trovato bene e, in seguito, m'ero persino azzardato a seguire il lettorato d'ungherese all'Università, ma allora non mi passò affatto per la mente di collegare a quei paesi i tre cupi individui.
...continua...
Di notte la zona era praticamente deserta. Di ritrovi pubblici, naturalmente, nemmeno si parlava, oltre a qualche bar-latteria, l'unico di cui avessi notizia era appunto in via Frapolli (o, chissà, nei dintorni immediati): era quello che inseguito si sarebbe chiamato un locale, ma allora era soltanto qualcosa d'indistinto tra un bar e un'osteria. Sul tardi, vi ci si faceva musica: un gruppo di clienti fissi cantava i motivi di un repertorio composito, accompagnandosi con le chitarre, un contrabbasso a una corda fatto in casa e due cucchiai per battere il ritmo. Non era un posto famoso come altri in città, ma era sempre piacevole sedersi da un canto e ascoltare quei buontemponi che si cimentavano con gli acuti della Paloma, azzardando la versione corale di una romanza del Tosti e, infine, mettevano a confronto le strane caratteristiche di una ragazza di Villafranca e di una di Bordighera.
Fu appunto in via Frapolli, una sera di quella prima estate, che li vidi per la prima volta. avevo accompagnato a casa una delle mie amiche (era piccola: non sempre otteneva dai familiari la libera uscita oltre le dieci) e andavo verso la fermata della filovia. Faceva abbastanza caldo: dalle molte finestre aperte rimbombavano i suoni di un programma televisivo. Allora, naturalmente, non c'erano reti private e quasi tutti seguivano il primo programma. Le facciate delle case erano una specie di parete sonora, dalla quale fluivano le voci e le note, che si mescolavano in un gioco continuo di echi e ripetizioni. Quella sera davano un varietà musicale, tra i cui ospiti, a quanto pareva, c'era una cantante lirica: la si sentiva per ogni dove cantare l'habanera della Carmen. Il ritmo cadenzato della celebre aria ( l'Amour, l'Amour...), con quei giambi ripetuti in cui l'anapesto si inserisce atteso e insieme improvviso, dava una strana sensazione d'irrealtà. Era come se alla vita di tutti i giorni fosse stata aggiunta bizzarramente una colonna sonora.
Avevo appena svoltato l'angolo della via ( l'Amour est un ) quando sentii alle mie spalle ( fils de Boheme ) un grido strozzato. Mi volsi ( il n'a jamais connu des lois ) e mi affrettai sui miei passi. In fondo, praticamente in piazza Adigrat, alcuni passanti (si tu ne m'aimes ) erano chini su una donna mezzo sdraiata per terra, evidentemente in preda a una forte emozione. Non c'era bisogno ( pas, je t'aime ) che mi unissi a loro e ripresi la via verso il viale. Ma, forse perchè da quelle parti ( si je t'aime ) avevo preso il vezzo di guardarmi in giro con una certa cautela, colsi con la coda dell'occhio ( oh, si, si je t'aime) un movimento all'angolo di via Caronti.
Erano in tre e si muovevano a passo normale, anche se si capiva che poco prima dovevano essersi affrettati. Non troppo alti, tarchiati, vestiti di nero (pantaloni attillati, maglioncini da marinaio a collo alto, un lungo e inconguo impermeabile di nailon ) in contrasto con il pronunciato pallore del loro volto. Si fermarono presso un portone e uno fece il gesto di estrarre la chiave. Prends garde à toi.
Beh, confesso che non capii assolutamente chi fossero. Non me ne preoccupai nemmeno. I giornali parlavano da un po' di un maniaco attivo in zona (Pompeo non era stato ancora arrestato ), ed era logico supporre che la donna che aveva gridato fosse una sua vittima. La tenuta dei tre era un po' lugubre, ma non più di tanto e nessuno di loro rassomigliava minimamente a Christopher Lee. Con il senno di poi, certo, è facile capire che non c'era motivo perchè dovessero somigliargli. Ma i miti iconici, come tutti gli altri, son duri a morire.
A guardare con attenzione, forse, si sarebbe potuto ravvisare nei loro tratti una qualche affinità con quelli di Bela Lugosi, per lo meno un'aristocratica scintilla di albagia magiara, ma, allora, chi fosse Bela Lugosi proprio non lo sapevo. Ci pascevamo tutti, più o meno, dei remake della Hammer, ma non conoscevamo i classici Universal degli anni '30: la televisione non li trasmetteva di certo e i cineclub, cui pure ero assiduo, erano soprattutto prodighi di film cecoslovacchi sulla figura di tormentati dirigenti di fabbrica, che pur di raggiungere gli obiettivi del piano quinquennale proponevano agli operai un sistema di incentivi materiali e finivano sotto processo per aver negato, sia pure in buona fede. l'etica socialista del lavoro. Io ero stato, in vacanza, un paio di volte in Ungheria e una volta in Transilvania: mi ero trovato bene e, in seguito, m'ero persino azzardato a seguire il lettorato d'ungherese all'Università, ma allora non mi passò affatto per la mente di collegare a quei paesi i tre cupi individui.
...continua...
mercoledì 28 ottobre 2015
Carlo Oliva........1 di 4...
All'angolo della via
La
vicenda dei presunti vampiri di viale Argonne è stata riferita a suo
tempo dalla stampa cittadina, ma in modo,diciamo pure, insoddisfacente.
Era inevitabile: verso la metà degli anni’60, la cronaca era
considerata un genere giornalistico in cui una certa
routine
era, non che ammessa, desiderata, specie nei mesi estivi. La storia
di uno o più sconosciuti che, all’imbrunire, avevano aggredito,
nel corso di poche settimane,due o tre signore che rincasavano sole,
cercando goffamente i morderle sul collo, per dileguarsi alla loro
decisa reazione, era una tipica storia da cronaca estiva, nel senso
che non avrebbe avuto alcuna possibilità di essere pubblicata in un
‘altra stagione. Come tale, infatti, era stata trattata: un po’
di blanda ironia, un minimo di colore, la menzione del successo, di
pochi anni prima, dei film con Christopher Lee e il suggerimento che
protagonisti degli strani episodi fossero degli psicopatici esaltati
dalla visione dei medesimi. Di
fatto, entro il mese la pubblica sicurezza mise le mani, dopo le
opportune indagini, su un balordo locale, tale Pompeo (la stampa non
riferì il cognome), che al titolo di psicopatico aveva ampiamente
diritto, e gli contestò tutte le aggressioni. Lui ammise di
frequentare, a volte, il vicino cinema Susa, e non negò di
apprezzare il genere horror, ma respinse con ostinazione ogni
addebito vampiresco. Non gli cedettero, e lo spedirono senza indugi
al neurodeliri. Ne uscì poche mesi dopo. Poi, a quanto ne so, di lui
si persero le tracce. Vuole
il caso che allora, pur abitando in tutt’altro quartiere,
frequentasse con una certa regolarità la zona di viale Argonne.
Avevo, di fatto, una fidanzata in via Amadeo; anzi, per una
concatenazione d’eventi estranea (o quasi) alla mia volontà, ne
avevo un’altra in via Sismondi, e mi capitava spesso di
accompagnare l’una o l’altra a passeggio sotto i platani del
viale, in un paesaggio urbano piacevolissimo in quelle tarde sere di
giugno. Una
volta mentre ero con l’una, mi capitò persino di imbattermi
nell’altra, che si intratteneva su una panchina con un amico
comune, il che, a rigore, non avrebbe dovuto fare (perlomeno, avrebbe
preferito farlo senza che lo si risapesse, perché l’amico era
legato sentimentalmente a una cugina di lei, con cui entrambe le
ragazze erano in una certa intimità) e la situazione s’era
rivelata imbarazzantissima. Con l’eccezione della mia
accompagnatrice, tutti noi altri tre eravamo stati sorpresi in
qualche modo in fallo, e anche lei era turbata, pensando alla cugina
dell’amica e chiedendosi se fosse o meno il caso di metterla al
corrente dell’infedeltà del partner. Lo avrebbe fatto, in
definitiva, provocando qualche passeggera burrasca sentimentale.
Erano
sciocchezze, ma l’età e la cultura corrente ci rendevano sensibili
a questi problemi. I cantanti di successo ne trattavano in versi e in
musica e anche i romanzieri importanti, pur elaborando situazioni più
osé della nostra, vi erano affezionati. L’episodio, in pratica,
non ebbe seguito, ma valse a rendermi molto cauto e attento ogni
volta che percorrevo, solo o accompagnato, quel tratto di strada.
Ora,
come tutti sanno, per raggiungere viale Argonne da via Sismondi, il
miglior partito da prendere è quello di imboccare via Frapolli e
piegare per via Sighele, a meno che da via Frapolli non si preferisca
sboccare direttamente in largo Porto di classe, da dove, per Piazza
Fusina e via Aselli, si può proseguire comodo mante per via Amadeo.
Erano, allora, vie tranquille e piacevoli, fiancheggiate da edifici
dignitosi e vecchiotti, con pochissimo traffico e una certa polverosa
tranquillità: a me piacevano moltissimo. L’ora migliore,
naturalmente, era quella del tramonto estivo, quando l’occhio si
perdeva da un lato lungo la prospettiva, vagamente parigina, degli
alberi che correvano verso piazzale Susa (ma alle ragazze dicevo che
ricordava un po’ l’ensache di Barcellona: faceva più effetto) e,
dall’altro, si fermava con soddisfazione sulla mole torreggiante
della chiesa dei santi Nereo e Achilleo. I pregi di quell’edificio
neo-romanico non sono un gran che, ma a osservarlo nel giusto stato
d’animo faceva il suo effetto, specie se attorno al torrione
circolare si librava il canonico volo di rondini.
...continua...
venerdì 16 ottobre 2015
E. Sottsass......Guerra....A. Gormley
In quella guerra stupida dove sono stato, non ho trovato niente di divertente, niente di eroico, niente di istruttivo. Era una totale perdita di tempo, soprattutto per la Patria della gente.
Il mio corpo giovane, le mie gambe, i miei piedi, il mio sesso pieno di sangue, la mia voce, i miei capelli sel-
vaggi, il mio cervello furioso e curioso erano usati per produrre coglionate, per riempire di orgoglio stronzo
qualcuno al quale normalmente non avrei concesso di pulirmi le scarpe.
Durante questi anni inutili e perduti andavo cercando tra la gente qualcuno che mi consolasse: ragazze, amiche, amanti o nemiche, profughi, ragazzi in fuga, traditori silenziosi, prigionieri, compagni di qualche ora,
altri nemici, anche guerrieri senza colpa.
I paesaggi, le montagne, i fiumi, i boschi, i prati, erano incantati; le albe, i tramonti, le notti erano di una totale
purezza cosmica; anche i villaggi, anche le chiese, anche i cimiteri stavano affondati nei loro interminabili silenzi. Noi chiedevamo ben poco. Chiedevamo che finisse il crepitio metafisico delle mitragliatrici, chiedeva-
mo che l'eco dei cannoni non scendesse giù dal cielo, che le case non fossero distrutte, che tutte le finestre
continuassero a splendere con i loro vetri.
Ma c'era ben poco da chiedere, nessuno avrebbe mai ascoltato.
Noi che dovevamo fare la guerra, chiedevamo soltanto di poter stare seduti a guardare montagne, fiumi, boschi, ragazze, cimiteri, senza dover sempre avere compassione per qualcuno, senza dover sempre aver
vergogna di noi stessi.
Anthony Gormley
martedì 6 ottobre 2015
Haiku d'autunno......
.....................Haiku........d'autunno.......................
Haik......u...........d'....au........t......u.n....n..........o...
.....H........a...i....ku.......d'.....a....u.t......unno.........
Yosa Buson 1716 1783
Fa perdere le tracce:
così viaggia un Maestro!
Tardo autunno.
Haik......u...........d'....au........t......u.n....n..........o...
Kobayashi Issa 1763 1827
Notte d’autunno.
Il viaggiatore
Lavora d’ago.
.....H........a...i....ku.......d'.....a....u.t......unno.........
Ogiwara Seisensui 1884 1976
Le carpe si radunano.
In silenzio, l’autunno avanza
in ogni direzione.
...H...a.i..........k..u.....d'..aut.....un........n......o.......
Sugita Hisajo 1890 1946
Profumo di crisantemi.
Arriva una piccola folla.
E’ un giorno felice.
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venerdì 18 settembre 2015
Gregory Bateson......
Eccolo dunque in parole
preciso
e se leggi fra le righe
non troverai nulla
perché questa è la disciplina che chiedo
né più né meno.
Non il mondo com'è
né come dovrebbe essere...
Solo la precisione
lo scheletro della verità
non cerco l'emozione
non insinuo implicazioni
non evoco i fantasmi
di vecchie credenze obliate.
Queste son cose da predicatori
da ipnotisti, terapeuti e missionari.
Essi verranno dopo di me
e useranno quel pò che ho detto
per tendere altre trappole
a quanti non sanno sopportare
il solitario
scheletro della verità.
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